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Oristano

Oristano, "furbetti" dei vaccini: per la gip non c'è reato

Enrico Carta
L'ingresso del palazzo di giustizia di Oristano
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L'ingresso del palazzo di giustizia di Oristano

Respinta la richiesta del pm di sospendere dal servizio i tre medici indagati

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ORISTANO. Il semaforo all'improvviso diventa rosso. Bastano quattordici pagine per scardinare un'inchiesta? Presto per dirlo, ma l'indagine sui "Saltalafila", quella che vuole far luce su una serie presunta di abusi che sarebbero stati commessi dal personale dell'Assl nella gestione della campagna vaccinale, si schianta per il momento contro l'ordinanza della giudice per le indagini preliminari, Silvia Palmas. Nelle scorse settimane il pubblico ministero Andrea Chelo che, sotto la supervisione del procuratore Ezio Domenico Basso coordina il lavoro dei carabinieri del Nas, aveva richiesto la sospensione dal servizio di tre degli undici medici indagati, assieme a quattro infermieri, per peculato e abuso d'ufficio. La richiesta riguarda i responsabili del punto vaccinale del poliambulatorio di via Michele Pira. È lì che parenti e amici dell'équipe avrebbero potuto saltare la fila riuscendo a garantirsi l'immunizzazione prima di altre nutrite schiere di persone. E ciò sarebbe stato possibile perché chi gestiva il servizio, avrebbe creato delle corsie preferenziali scegliendo, in maniera discrezionale, chi far andare al poliambulatorio o addirittura portando con sé le dosi e recandosi a casa delle persone da vaccinare.

I medici per cui era stata richiesta la sospensione sono Peppinetto Figus, Salvatorangelo Piredda e Clelia Peddio. All'interrogatorio di garanzia si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, ma contro la richiesta della procura si erano espresse le avvocatesse Rossella Oppo e Anna Laura Lutzu - la prima difende Peppinetto Figus e Salvatorangelo Piredda, la seconda Clelia Peddio -. Gioco delle parti, ma in mezzo c'è il parere della giudice che è netto quando a pagina dieci scrive: «Non si ritiene che sussistano i presupposti per accogliere la richiesta, dovendosi ritenere l'insussistenza dei reati ipotizzati».

Non è quindi un vizio di procedura a fermare l'accusa, per quanto vengano avanzati profili di nullità per tutti gli interrogatori effettuati: coloro che avrebbero ricevuto le dosi, qualora sussistesse il reato, sarebbero dovuti essere a loro volta indagati e quindi gli interrogatori si sarebbero dovuti svolgere alla presenza di un difensore. Ma a quel punto nemmeno si arriva, perché la giudice entra proprio nel merito dell'inchiesta e dei reati. Spiega che non è stato fatto alcun accertamento sulle vaccinazioni riservate agli aventi diritto in quella fase - l'inchiesta si concentra sui primi mesi di campagna di immunizzazione e in particolare sul periodo tra febbraio e marzo - né sull'eventuale smaltimento di liste. Ritiene che i "saltalafila" siano comparsi successivamente al momento in cui si era conclusa la somministrazione al personale sanitario, a quello delle Rsa e agli ospiti delle case di riposo. Queste categorie dovevano avere la priorità, ma non ci sono prove sul fatto che amici e parenti abbiano avuto il vaccino prima di loro. Anzi, risulta che quelle persone fossero già state prese in carico, motivo per cui non si configurano ritardi legati a una non corretta distribuzione dei vaccini.L'ordinanza si sofferma poi sulla classificazione dei reati e spiega che non può esserci il peculato perché anche parenti e amici, prima o poi, avrebbero dovuto ricevere le dosi, visto che la campagna vaccinale riguarda tutta la popolazione. Le dosi sarebbero state usate «irregolarmente, ma all'interno delle funzioni e a vantaggio di soggetti che comunque ne avrebbero avuto diritto». Non si tratta di merce pubblica sottratta alla sua destinazione, né ci può essere un danno economico «perché il bene non è stato distratto dal fine a cui era stato destinato».

Anche l'ipotesi di abuso d'ufficio non poggerebbe su basi solide. Il piano nazionale e il piano regionale sono atti amministrativi e non regolamenti, motivo per cui non verrebbe violata alcuna legge. Entrambi poi consentivano «margini di discrezionalità, specie nella prima fase, quando non erano state fornite liste aggiornate dei soggetti da vaccinare né liste di riserva». In più i sanitari erano responsabili dei centri per la gestione delle somministrazioni.

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