L’esame del dna per risolvere il mistero

Prelevato un campione al fratello indagato che aveva trovato il corpo in un lago di sangue nella casa di via Garibaldi

SANTA GIUSTA. Carmine Manca entra nella caserma del Comando provinciale dei carabinieri in tarda mattinata. Gli inquirenti devono comparare con le sue altre tracce di dna rinvenute nel garage e nella casa di via Garibaldi, dove il 30 luglio è stato trovato morto il fratello Ignazio. A dodici giorni dal ritrovamento del corpo del 57enne in un lago di sangue, la procura fa un ulteriore passo verso la ricerca di quella verità che ancora non emerge.

C’è bisogno di trovare la chiave di volta della vicenda e così, dopo che sabato era stato avviata l’ispezione del telefonino della persona deceduta, ieri è stato effettuato un altro accertamento tecnico irripetibile. Per questo motivo Carmine Manca, unica persona iscritta sul registro degli indagati con la contestazione di omicidio, è stato convocato in caserma dal procuratore Ezio Domenico Basso e dal sostituto procuratore Valerio Bagattini per il prelievo del dna, operazione di cui si sono presi cura i carabinieri del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Oristano, guidata dal capitano Francesco Giola.

Alle operazioni, così com’era accaduto per le verifiche sul telefonino di Ignazio Manca, ha partecipato anche l’avvocato difensore Simone Prevete. Carmine Manca si è consultato proprio col suo legale e ha scelto di sottoporsi spontaneamente al prelievo. L’alternativa sarebbe stata un diniego, con la procura che avrebbe quindi dovuto fare richiesta al giudice per le indagini preliminari affinché autorizzasse l’accertamento, ma non c’è stato bisogno di questo ulteriore passaggio.

La domanda che ora ci si pone è come mai si sia deciso di procedere e compiere questo passo. Logica vorrebbe che le risposte possibili siano solo due, dal momento che è inevitabile che in casa di Ignazio Manca ci fossero e ci siano tutt’ora tracce di dna del fratello Carmine. I due appartamenti erano comunicanti, sebbene uno dia su via Garibaldi e l’altro su via Giovanni XXIII, per cui era normale una frequentazione, seppure saltuaria, della casa del morto. Tanto più che a ritrovare il corpo era stato proprio Carmine Manca. Allora viene da ipotizzare che gli inquirenti cerchino o vogliano escludere la presenza di tracce del dna dell’indagato sugli oggetti che potrebbero aver generato le gravissime ferite al braccio che hanno portato Ignazio Manca a perdere l’enorme quantità di sangue. La seconda ipotesi è che su quegli oggetti, magari i frammenti di vetro di cui si è parlato sin dai momenti successivi al ritrovamento del corpo, ci siano tracce di dna di altre persone e questo ovviamente aprirebbe uno scenario che sin qui l’inchiesta non ha escluso, ma che diventerebbe di colpo quello su cui puntare per risolvere il giallo.

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