La speranza di Baradili è la scuola di comunità

Il più piccolo paese della Sardegna tema di una ricerca dell’Università di Sassari Messi in luce le carenze del territorio e le opportunità che questo può offrire

BARADILI. Il paese più piccolo della Sardegna ha ospitato il progetto “La speranza dei paesi”, una ricerca-azione finanziata dalla Fondazione di Sardegna grazie a un partenariato fra amministrazione comunale, Università di Sassari, associazione culturale “Nino Carrus” e l’ordine degli assistenti sociali della Regione Sardegna. «Un progetto – ha spiegato il sindaco Lino Zedda – che vuole avere un seguito con la nascita nel nostro comune e nel territorio di una scuola di comunità, momento di confronto e formazione per studiosi nel campo dell’organizzazione sociale di comunità e dello sviluppo locale. Queste iniziative rappresentano reali speranze per i nostri paesi».

Nel cuore della Marmilla, dove domenica e lunedì si voterà per il rinnovo del consiglio comunale, sono arrivati gli studenti del corso di laurea in servizio sociale dell’Università di Sassari, che hanno partecipato a laboratori assieme agli amministratori comunali, ai dipendenti del municipio e soprattutto ai residenti. I gruppi di lavoro hanno messo in luce le carenze del territorio, in particolare i pochi servizi, ma anche le potenzialità: il senso di attaccamento alla propria comunità, una rete di rapporti, la qualità della vita, l’ambiente.

Una vera occasione di tipo sperimentale e formativo per gli studenti dell’Ateneo sassarese che, sotto la guida delle docenti Daniela Pisu, Luisa Angela Pittau e Maria Lucia Piga, hanno svolto parte del loro tirocinio proprio a Baradili.

I tre gruppi di lavoro hanno pensato a diversi progetti perché queste piccole comunità possano invertire la rotta e parlare di “popolamento” invece che di spopolamento. I dati demografici riflettono questa tendenza: 210 residenti nel 1951 diventati 90 nel 2011 e 80 quest’anno. Il gruppo dell’Università di Sassari ha proposto l’istituzione in questo territorio di “scuole di comunità”. «Le scuole si propongono come officine di opportunità, campus estivi destinati a studiosi nel campo dell’organizzazione sociale di comunità e nell’ambito dello sviluppo locale. Un intervento – spiega la formatrice dell’università sassarese Maria Lucia Piga – con il quale promuovere lo sviluppo di partnership locali guidate dalle amministrazioni, capaci di sviluppare energie e contaminazioni con associazioni culturali, ordini professionali e terzo settore».

Scuole di comunità, la cui gestione logistica potrebbe essere affidata ai residenti, con la nascita, dunque, di nuove opportunità lavorative. È chiaro che da sole queste strutture non potranno invertire il progressivo calo demografico di questo centro come di quelli vicini. Servono più azioni convergenti, sui servizi, la salute e i presidi simbolici delle istituzioni.

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