Foto della Grande miniera all’Arrubiu Art Gallery
ORISTANO. Dopo il grande successo alla rassegna “Meglio una donna” di Cagliari, la mostra fotografica “Il Fantasma della grande miniera” di Antonella Cannas Habens, in collaborazione con l’Associazio...
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ORISTANO. Dopo il grande successo alla rassegna “Meglio una donna” di Cagliari, la mostra fotografica “Il Fantasma della grande miniera” di Antonella Cannas Habens, in collaborazione con l’Associazione Terra Battuta, è approdata la settimana scorsa approda ad Oristano, all’Arrubiu Art Gallery Cafè di Chiara Cossu. Le immagini scattate all’esterno della grande miniera di Serbariu, a Carbonia, «parlano di luce – afferma la fotografa – la luce che avvolge nell'insieme ogni particolare che resta all’esterno.
E’ questo lo spazio dove muove l’obiettivo di Antonella Cannas Habens, oltre uno svolgimento temporale che supera i limiti tecnologici per cogliere nella materia inerte ogni vibrazione del percepibile. «Nelle fotografie dei gloriosi resti della Grande Miniera di Sebariu – scrive lo storico dell’Arte Simone Mereu – quasi si ritrae un mondo metafisico dove non si scorge più la presenza dell’uomo. Eppure, il sapiente occhio di Antonella coglie i contrasti di luce e restituisce in scale di grigi un ambiente di tale connotazione che, nell’assoluto silenzio, quasi sembra ancora drammaticamente pieno di fatica e umanità. La luce aleggia, si insinua e accarezza, proprio come un fantasma, le superfici degli edifici, i ferri scuri e abbandonati, sottolineandone i particolari. Colti così, i macchinari industriali assumono ruoli di sculture e architetture, indagate dall’obiettivo nei loro valori plastici e nei giochi di luce che scandiscono in piani i volumi.
E’ questo lo spazio dove muove l’obiettivo di Antonella Cannas Habens, oltre uno svolgimento temporale che supera i limiti tecnologici per cogliere nella materia inerte ogni vibrazione del percepibile. «Nelle fotografie dei gloriosi resti della Grande Miniera di Sebariu – scrive lo storico dell’Arte Simone Mereu – quasi si ritrae un mondo metafisico dove non si scorge più la presenza dell’uomo. Eppure, il sapiente occhio di Antonella coglie i contrasti di luce e restituisce in scale di grigi un ambiente di tale connotazione che, nell’assoluto silenzio, quasi sembra ancora drammaticamente pieno di fatica e umanità. La luce aleggia, si insinua e accarezza, proprio come un fantasma, le superfici degli edifici, i ferri scuri e abbandonati, sottolineandone i particolari. Colti così, i macchinari industriali assumono ruoli di sculture e architetture, indagate dall’obiettivo nei loro valori plastici e nei giochi di luce che scandiscono in piani i volumi.
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