Doppio colpo agli sfruttatori nei campi
di Giuseppe Centore
Operazione Finanza-Ispettorato del lavoro, centinaia irregolari in cinque ditte della Provincia. Due poste in custodia
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ORISTANO. Quasi tre anni di indagini, confronti, verifiche, minuziosi controlli sui luoghi e sulle carte. Alla fine quella che è venuta fuori è una terribile e vergognosa storia di sfruttamento, che privilegia al contrario i locali. Sono soprattutto i sardi, i giovani che vivono nelle campagne dell’oristanese, disoccupati, vittime di un sistema che gli investigatori della Guardia di Finanza definiscono di vero e proprio caporalato. Un sistema che al vertice aveva una azienda agricola definita da chi è vicino al dossier come «forte e conosciuta» e affiancate altre quattro aziende.
Ieri si è chiuso un primo atto di una indagine che non mancherà di riservare altre sorprese, con una duplice decisione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Oristano.
Da un lato il giudice ha autorizzato le Fiamme Gialle, che lo hanno eseguito ieri, al sequestro preventivo, 2,4 milioni di euro, finalizzato alla confisca per equivalente del profitto del reato; dall’altro lo stesso giudice ha affidato al controllo giudiziario la cooperativa e una azienda agricola sia per impedire la reiterazione del reato stesso che per garantire la prosecuzione dell’attività imprenditoriale, salvaguardando i livelli occupazionali e la presenza dell’impresa sul mercato, con la nomina di un amministratore giudiziario.
Questa vicenda ha visto operare in sinergia un reparto della Guardia di Finanza di Oristano guidato dal comandante del nucleo di polizia tributaria Pasquale Pellecchia, che l’ispettorato provinciale del lavoro, Cagliari-Oristano, sotto la direzione di Irene Cammarata, che hanno potuto accertare uno sfruttamento definito nella nota ufficiale della GdF «grave, protratto e sistematico, con un significativo numero di operai assunti a tempo determinato, corrispondendo retribuzioni palesemente sproporzionate rispetto alle prestazioni richieste». In sostanza, le indagini hanno fatto emergere un sistema stabile e organizzato volto allo sfruttamento dei lavoratori dipendenti in condizioni di debolezza e soggezione: tutte le persone ascoltate in questi mesi (sia dai militari che dagli ispettori provinciali che appositamente ed esclusivamente si sono occupati del caso), non con qualche difficoltà, per timore e paura di ricatti lavorativi hanno confermato di aver accettato vincoli e situazioni di sfruttamento lavorativo per necessità economica. La stragrande maggioranza delle vere e proprie vittime di questo sistema perverso era sarda, centinaia di persone, a fronte di una trentina di extracomunitari. Per loro oltre alla paga da fame per le ore lavorate, come è riportato qui a fianco, il miraggio esibito come certezza era il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. Nei tre anni di indagine gli investigatori hanno esaminato esaminando oltre 6.000 buste paga, apparentemente regolari ma non corrispondenti alle ore di “lavoro” effettuate, e hanno denunciato solo per “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” quattro persone, responsabili delle aziende coinvolte per posizioni di lavoro anomale relative ad oltre quattrocento persone.
L’attività di indagine però non si è conclusa con i provvedimenti di sequestro di affidamento delle società ad un amministratore giudiziario (attività eseguita con l’impiego di 20 militari delle fiamme gialle provinciali), ma proseguirà su più fronti.
C’è quello contabile, con tutti i calcoli che gli uffici dell’ispettorato del lavoro dovranno fare per recuperare all’erario tutte le somme non versate. C’è quello fiscale per capire se a questo punto i guadagni considerevoli della impresa «capofila» siano stati ottenuti in modo lecito o non siano invece frutto dello sfruttamento dei braccianti. E soprattutto c’è quello penale. Dalle testimonianze si dovrà capire processualmente, ma per i finanzieri è una certezza, se il sistema di chiamata al lavoro, di distribuzione dei compiti, del trasporto e del rientro ai luoghi di residenza dei poveri giovani vittime di questi veri e propri sfruttatori fosse omogeneo e governato da qualcuno, oppure fosse “spontaneo”, casuale, quasi nato dalle esigenze dei lavoratori.
Lo dirà il processo a cui andranno incontro non solo, come sembra probabile, i quattro denunciati ma anche altre persone, tutte riconducibili alle imprese agricole che dovevano portare ricchezza e visibilità nel territorio. I fatti sin qui raccontati testimoniano una storia del tutto diversa.
Ieri si è chiuso un primo atto di una indagine che non mancherà di riservare altre sorprese, con una duplice decisione del giudice per le indagini preliminari del tribunale di Oristano.
Da un lato il giudice ha autorizzato le Fiamme Gialle, che lo hanno eseguito ieri, al sequestro preventivo, 2,4 milioni di euro, finalizzato alla confisca per equivalente del profitto del reato; dall’altro lo stesso giudice ha affidato al controllo giudiziario la cooperativa e una azienda agricola sia per impedire la reiterazione del reato stesso che per garantire la prosecuzione dell’attività imprenditoriale, salvaguardando i livelli occupazionali e la presenza dell’impresa sul mercato, con la nomina di un amministratore giudiziario.
Questa vicenda ha visto operare in sinergia un reparto della Guardia di Finanza di Oristano guidato dal comandante del nucleo di polizia tributaria Pasquale Pellecchia, che l’ispettorato provinciale del lavoro, Cagliari-Oristano, sotto la direzione di Irene Cammarata, che hanno potuto accertare uno sfruttamento definito nella nota ufficiale della GdF «grave, protratto e sistematico, con un significativo numero di operai assunti a tempo determinato, corrispondendo retribuzioni palesemente sproporzionate rispetto alle prestazioni richieste». In sostanza, le indagini hanno fatto emergere un sistema stabile e organizzato volto allo sfruttamento dei lavoratori dipendenti in condizioni di debolezza e soggezione: tutte le persone ascoltate in questi mesi (sia dai militari che dagli ispettori provinciali che appositamente ed esclusivamente si sono occupati del caso), non con qualche difficoltà, per timore e paura di ricatti lavorativi hanno confermato di aver accettato vincoli e situazioni di sfruttamento lavorativo per necessità economica. La stragrande maggioranza delle vere e proprie vittime di questo sistema perverso era sarda, centinaia di persone, a fronte di una trentina di extracomunitari. Per loro oltre alla paga da fame per le ore lavorate, come è riportato qui a fianco, il miraggio esibito come certezza era il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno. Nei tre anni di indagine gli investigatori hanno esaminato esaminando oltre 6.000 buste paga, apparentemente regolari ma non corrispondenti alle ore di “lavoro” effettuate, e hanno denunciato solo per “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” quattro persone, responsabili delle aziende coinvolte per posizioni di lavoro anomale relative ad oltre quattrocento persone.
L’attività di indagine però non si è conclusa con i provvedimenti di sequestro di affidamento delle società ad un amministratore giudiziario (attività eseguita con l’impiego di 20 militari delle fiamme gialle provinciali), ma proseguirà su più fronti.
C’è quello contabile, con tutti i calcoli che gli uffici dell’ispettorato del lavoro dovranno fare per recuperare all’erario tutte le somme non versate. C’è quello fiscale per capire se a questo punto i guadagni considerevoli della impresa «capofila» siano stati ottenuti in modo lecito o non siano invece frutto dello sfruttamento dei braccianti. E soprattutto c’è quello penale. Dalle testimonianze si dovrà capire processualmente, ma per i finanzieri è una certezza, se il sistema di chiamata al lavoro, di distribuzione dei compiti, del trasporto e del rientro ai luoghi di residenza dei poveri giovani vittime di questi veri e propri sfruttatori fosse omogeneo e governato da qualcuno, oppure fosse “spontaneo”, casuale, quasi nato dalle esigenze dei lavoratori.
Lo dirà il processo a cui andranno incontro non solo, come sembra probabile, i quattro denunciati ma anche altre persone, tutte riconducibili alle imprese agricole che dovevano portare ricchezza e visibilità nel territorio. I fatti sin qui raccontati testimoniano una storia del tutto diversa.
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