Terralba una lapide per Virgilio

Scomparso nel ’42 sul fronte russo: adesso il soldato-contadino è ricordato nel suo cimitero

TERRALBA. «Sono molto lontano, e in mezzo del pericolo, posso dire che ora che sto scrivendo sono vivo e fra un minuto potrò essere morto, ma solo Iddio saprà il mio destino». Mancavano meno di due settimane al suo ventiquattresimo compleanno, quando, dal fronte russo, il 17 luglio del 1942 Virgilio Cuccu scriveva al fratello Luigino, militare pure lui, ma con benaltra fortuna. Quella lettera è l’ultima sua traccia da vivo: Virgilio non farà mai ritorno a casa. Anche se i familiari per anni continuarono ad aspettarlo. Aggrappandosi alla speranza, lo cercheranno in tutti i modi, illudendosi che fosse finito prigioniero, ma ancora vivo.

Più volte inviano richieste per la sua ricerca. Già all’indomani della fine della guerra, si rivolgono alla Croce Rossa, ma senza fortuna, anche perché quelle ricerche, in tempo di guerra fredda, sono quasi impossibili. Di lui non è mai stato ritrovato nulla, nemmeno un brandello di quella divisa, per la quale venne ucciso in battaglia. Non si sa altro del destino del soldato contadino, nemmeno se come altri suoi sfortunati commilitoni, venne seppellito in una fossa comune o abbandonato in mezzo alla neve. Anche se i suoi poveri resti, se ancora esistono, sono chissà dove, migliaia di chilometri lontani dalla sua Terralba, da domenica, Virgilio Cuccu però ha una lapide tutta sua sulla parete del muro di recinzione della zona nuova del cimitero di Terralba. «Ora Virgilio è ritornato», scrivono i familiari, che, sicuramente in virtù di questa storia drammatica, comune a 30 mila degli 84.830 soldati italiani morti o dispersi in Russia, sono riusciti a superare i paletti di un regolamento, che dispone che in assenza di spoglie, non si possa avere una tomba in cimitero. Domenica il parroco ha benedetto la lapide alla memoria del giovane che non voleva andare in guerra, ricordato come un contadino pacifico e laborioso. Lapide che rappresenta tanto per suoi nipoti e pronipoti, che hanno finalmente un luogo per potersi fermare in raccolta preghiera o in raccolti pensieri.

Virgilio Cuccu, era uno dei 229mila soldati italiani mandati al macello quando l’Italia fascista affiancò la Germania di Hitler nell’operazione Barbarossa. Era stato mandato con l'Armir ad invadere la Russia nel giugno del 1942, come autiere artigliere del 17° reggimento artiglieria motorizzato con la divisione La Sforzesca. Una guerra che non voleva combattere. Voleva anzi essere congedato o mandato in licenza agricola straordinaria. Nelle sue lettere, supplicava il padre di fare qualcosa per mandare avanti la sua richiesta. Cosa che il padre fece, ma senza successo.

Per un beffardo destino, la sua domanda verrà inviata al ministero della Guerra, il giorno prima della sua scomparsa. Sparirà per sempre, appena sei mesi dopo esser partito per il fronte, nei combattimenti di Kamenka, in Russia, il 20 dicembre 1942, in mezzo al gelo dei meno 40 gradi dell’inverno russo. Di lui sono rimaste le lettere, le cartoline militari e gli statini dei vaglia postali con i quali spediva al padre le decadi militari. In tutto riuscì a mandare a casa più di mille lire, che il genitore aveva messo da parte in vista del suo ritorno che purtroppo, non ci fu. Mille lire: tanti soldi per quei tempi, a conferma che i soldati sul fronte russo, non avevano nemmeno la possibilità di spendere la “paga”.

Tanto è vero che in una delle lettere che mensilmente, Virgilio Cuccu inviava a casa, chiedeva al padre di acquistare la carta da lettere e mandargliela sul fronte.

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