«Schiaffi alla compagna incinta, condannatelo»

Il pm accusa di maltrattamenti un 39enne e chiede 2 anni e 2 mesi. La difesa: «Racconto non veritiero»

ORISTANO. Neanche il fatto che la compagna fosse incinta l’avrebbe fermato. La signora fu infatti colpita con alcuni schiaffi, accompagnati da minacce di morte mentre lui impugnava un coltello. Per il pubblico ministero Daniela Caddeo non ci sono dubbi, è l’ennesima storia di violenza tra le mura domestiche e, per il reato di maltrattamenti in famiglia, ha sollecitato la condanna a due anni e due mesi. Sarebbe potuta essere più pesante la richiesta se i fatti denunciati fossero avvenuti successivamente all’entrata in vigore della legge che inasprisce le pene per reati di questo tipo, ma siamo tra il dicembre del 2015 e l’aprile del 2019, quando ancora il cosiddetto Codice rosso non era entrato in vigore.

A lanciare le accuse in aula c’è la vittima, costituita parte civile al processo attraverso l’avvocatessa Oriana Colomo, ma dall’altra parte della barricata processuale c’è invece la difesa: l’avvocato Massimiliano Carta ha infatti chiesto l’assoluzione per conto del suo assistito, un 39enne di Oristano – l’ex compagna di anni ne ha 31 –. Bisogna entrare nei fatti e ad averli raccontati in aula, di fronte alla giudice monocratica Elisa Marras, è stata proprio la donna. Ripercorrendo quanto aveva già messo nero su bianco nella denuncia, presentata quando la coppia si era già separata, ha ricordato delle violenze verbali e fisiche che aveva dovuto subire. Il compagno non le avrebbe permesso infatti di uscire con le amiche e di indossare degli abiti che avrebbe ritenuto indecorosi.

Le vessazioni poi sarebbero state sorpassate anche dalle aggressioni fisiche, che sarebbero avvenute quando la compagna era incinta del secondo genito. In una prima occasione l’avrebbe colpita con due schiaffi, una seconda volta si sarebbe fermato dopo la prima sberla al volto. E non sarebbe finita qui, perché, anche successivamente alla nascita del figlio gli atti di violenza sarebbero proseguiti con le botte che si mischiavano alle minacce – in un’occasione di morte con un coltello in mano –.

Tutto vero? La difesa sostiene di no e ritiene che la querela arrivata diverso tempo dopo rispetto ai fatti narrati, sarebbe proprio la riprova di ciò. Gli altri testimoni poi non avrebbero fatto altro che confermare quanto avevano sentito dalla stessa parte offesa, senza essere mai presenti alle aggressioni. Tesi opposte, quindi, su cui la sentenza farà chiarezza. Sarà pronunciata il 31 gennaio.

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