La confessione dell’assassino
di Enrico Carta
Giorgio Meneghel ha raccontato ieri al Gip come e perché ha ucciso sua moglie Daniela Cadeddu
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ZEDDIANI. Quando stava albeggiando Giorgio Meneghel ha fatto due chiacchiere col padre, poi è salito in macchina per andare al lavoro, come faceva ogni giorno. Doveva essere una mattina tranquilla con la solita routine in campagna, invece, da quel momento è iniziato l’orrore. È un orrore che l’assassino ha raccontato anche ieri, così come aveva già fatto di fronte ai carabinieri e al pubblico ministero Sara Ghiani nelle ore successive all’omicidio della moglie Daniela Cadeddu. È durato circa un’ora e mezza l’interrogatorio del reo confesso nel carcere di Massama, dove Giorgio Meneghel resterà ancora, perché, al termine di quella lunga e dettagliata ricostruzione del delitto, la giudice per le indagini preliminari, Silvia Palmas, ha deciso che per l’agricoltore di 53 anni non può esserci alternativa alla custodia in carcere.
La confessione. Quando le parti si sono ritrovate nello spazio che il carcere riserva agli interrogatori, l’agricoltore, assistito dall’avvocatessa Irene Gana, ha detto di voler rispondere alle domande ed è stato allora che ha iniziato a ripercorrere quelle ore di sabato mattina, gli attimi che hanno preceduto l’assassinio e le lunghe ore della confessione e delle indagini. Doveva esserci il lavoro nei campi ad aspettarlo, invece, a un certo punto, ha percorso al contrario quei pochi metri che dalla casa l’avevano portato alla macchina. Aveva lasciato la moglie Daniela Cadeddu, 53 anni originaria di Cabras, a letto, immersa nel sonno. Ed è a letto che l’ha colpita con le tre martellate che le hanno fracassato il cranio. L’autopsia svolta dal medico legale Roberto Demontis ha già dato domenica conferma di questa versione .
Giorgio Meneghel ha detto di aver preso la mazza da lavoro e di essere andato direttamente in camera da letto, deciso a fare quel che la sua mente gli suggeriva. Ha raccontato alla giudice di non ricordarsi con esattezza del numero dei colpi sferrato, poi ha preso il telefono per chiamare i carabinieri e confessare il delitto.
Il movente. C’è quasi sempre un perché dietro ogni omicidio. Un movente, lo chiamiamo così, che mai può comunque giustificare il più grave dei delitti. Nell’interrogatorio, Giorgio Meneghel ha provato a spiegare quel suo perché, parlando di una situazione difficile, per lui insormontabile. Ha ripetuto che non ci sono state liti, che non c’è c’era mai stato un passato violento nella vita della coppia. Sebbene i due vivessero da separati in casa, in spazi anche differenti e indipendenti l’uno dall’altro nell’abitazione di via Roma, non risultano conosciuti episodi di soprusi. Questo aspetto del racconto sarebbe anche confermato dal fatto che mai nessuna segnalazione era arrivata ai servizi sociali o alle forze dell’ordine e gli stessi compaesani non avevano mai notato qualche comportamento fuori dalle righe.
E allora cos’è successo di tanto grave perché sabato si arrivasse ad uccidere a martellate nel sonno una persona? Qui il racconto si sarebbe complicato. Giorgio Meneghel, durante l’interrogatorio, ha affermato di aver visto come unica soluzione alla situazione della coppia quella di uccidere la moglie. Ha parlato dei gravi problemi di salute di lei, passati e recenti. Ha parlato delle sue condizioni fisiche che, ultimamente, non gli avrebbero più consentito di lavorare assiduamente, motivo per cui si stavano generando anche problemi di tipo economico.
Questo è quello che l’assassino ha ripetuto più volte, affermando di essere entrato in un tunnel che aveva una unica via d’uscita: l’omicidio. Avrebbe ribadito che questa gli è sembrata la strada migliore da imboccare per evitare quelle sofferenze che secondo lui la moglie, da sola, non avrebbe potuto affrontare. Dopo un’ora e mezzo di ricostruzione, Meneghe ha poi ripreso la strada verso la sua cella, che al momento non divide con altri detenuti.
La confessione. Quando le parti si sono ritrovate nello spazio che il carcere riserva agli interrogatori, l’agricoltore, assistito dall’avvocatessa Irene Gana, ha detto di voler rispondere alle domande ed è stato allora che ha iniziato a ripercorrere quelle ore di sabato mattina, gli attimi che hanno preceduto l’assassinio e le lunghe ore della confessione e delle indagini. Doveva esserci il lavoro nei campi ad aspettarlo, invece, a un certo punto, ha percorso al contrario quei pochi metri che dalla casa l’avevano portato alla macchina. Aveva lasciato la moglie Daniela Cadeddu, 53 anni originaria di Cabras, a letto, immersa nel sonno. Ed è a letto che l’ha colpita con le tre martellate che le hanno fracassato il cranio. L’autopsia svolta dal medico legale Roberto Demontis ha già dato domenica conferma di questa versione .
Giorgio Meneghel ha detto di aver preso la mazza da lavoro e di essere andato direttamente in camera da letto, deciso a fare quel che la sua mente gli suggeriva. Ha raccontato alla giudice di non ricordarsi con esattezza del numero dei colpi sferrato, poi ha preso il telefono per chiamare i carabinieri e confessare il delitto.
Il movente. C’è quasi sempre un perché dietro ogni omicidio. Un movente, lo chiamiamo così, che mai può comunque giustificare il più grave dei delitti. Nell’interrogatorio, Giorgio Meneghel ha provato a spiegare quel suo perché, parlando di una situazione difficile, per lui insormontabile. Ha ripetuto che non ci sono state liti, che non c’è c’era mai stato un passato violento nella vita della coppia. Sebbene i due vivessero da separati in casa, in spazi anche differenti e indipendenti l’uno dall’altro nell’abitazione di via Roma, non risultano conosciuti episodi di soprusi. Questo aspetto del racconto sarebbe anche confermato dal fatto che mai nessuna segnalazione era arrivata ai servizi sociali o alle forze dell’ordine e gli stessi compaesani non avevano mai notato qualche comportamento fuori dalle righe.
E allora cos’è successo di tanto grave perché sabato si arrivasse ad uccidere a martellate nel sonno una persona? Qui il racconto si sarebbe complicato. Giorgio Meneghel, durante l’interrogatorio, ha affermato di aver visto come unica soluzione alla situazione della coppia quella di uccidere la moglie. Ha parlato dei gravi problemi di salute di lei, passati e recenti. Ha parlato delle sue condizioni fisiche che, ultimamente, non gli avrebbero più consentito di lavorare assiduamente, motivo per cui si stavano generando anche problemi di tipo economico.
Questo è quello che l’assassino ha ripetuto più volte, affermando di essere entrato in un tunnel che aveva una unica via d’uscita: l’omicidio. Avrebbe ribadito che questa gli è sembrata la strada migliore da imboccare per evitare quelle sofferenze che secondo lui la moglie, da sola, non avrebbe potuto affrontare. Dopo un’ora e mezzo di ricostruzione, Meneghe ha poi ripreso la strada verso la sua cella, che al momento non divide con altri detenuti.
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