La Nuova Sardegna

Oristano

Le perizie

Omicidio di Chiara, la madre Monica Vinci per la prima volta in aula

di Enrico Carta

	L'aula dell'udienza dell'incidente probatorio
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L'aula dell'udienza dell'incidente probatorio

Non ha incrociato lo sguardo del padre della ragazza, pur presente

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Oristano Due perizie dicono che Monica Vinci è incapace di intendere e volere. Dicono che lo è ora e che lo era il 18 febbraio dell’anno scorso, giorno in cui uccise a coltellate la figlia tredicenne Chiara Carta, nella casa di via Martiri del Risorgimento a Silì. La terza perizia arriva a un esito diverso: secondo il consulente del pubblico ministero, Monica Vinci era ed è parzialmente incapace di intendere e volere. L’incidente probatorio, richiesto per valutare le condizioni di salute mentale della 52enne accusata di omicidio volontario pluriaggravato, si è concluso e ha offerto all’istruttoria un solo elemento di certezza univoco: l’indagata, che inevitabilmente diventerà imputata, aveva e ha una patologia di tipo psichiatrico. La differenza nell’esito degli esami dei tre specialisti, chiamati a offrire una valutazione dopo averla esaminata, riguarda solo il grado di infermità e non sarà un elemento di poco conto nella valutazione finale.
 Nell’aula numero 3 del tribunale di Oristano ieri, uno a poca distanza dall’altra, c’erano proprio lei, Monica Vinci, e l’ex marito Piero Carta. La porta è rimasta chiusa per tutto il tempo dell’udienza conclusiva dall’incidente probatorio e solo al termine entrambi sono usciti. Scortata da tre agenti della polizia penitenziaria, Monica Vinci è stata condotta sino al furgoncino per il trasporto dei detenuti. Sguardo pressoché fisso rivolto in avanti, occhi quasi chiusi, non ha voltato la testa. Probabilmente il suo viso ha tradito una lieve espressione nel momento in cui potrebbe aver scorto Piero Carta alla sua sinistra. Lui, capo un po’ chino, braccia distese sul davanti con mani giunte, accompagnato dalla sorella e dall’avvocata Anna Paola Putzu, l’ha vista andare via lungo il lato opposto dell’androne. Poi si è sporto un po’ più in là, mentre lei iniziava a scendere le scale. Sono le istantanee dell’incontro che pareva che non si sarebbe verificato perché la presenza di Monica Vinci all’udienza doveva avvenire in teleconferenza. Poi è accaduto qualcosa di non chiaro per cui, attorno alle 11 del mattino, è arrivata in tribunale a Oristano dal carcere di Uta, avvolta nel suo silenzio che non si sarebbe quasi mai interrotto dal giorno in cui ha ucciso la figlia a coltellate.
A chiedere l’incidente probatorio era stato qualche mese fa il pubblico ministero Valerio Bagattini ed è lui ora che dovrà, a prescindere dalle valutazioni che farà sull’esito degli esami psichiatrici, chiedere il giudizio. L’unica strada che non sembra avere sbocchi in questo procedimento è quella che porta all’archiviazione. In aula, per essere giudicata, Monica Vinci ci finirà per forza. Resta da capire sotto quale formula e questo dipende, per l’appunto, dalla valutazione che verrà fatta in base alle argomentazioni delle tre perizie a disposizione delle parti.
Due di queste, quelle del perito Maurizio Marasco, docente di Psicopatologia e Criminologia all’università La Sapienza di Roma nominato dalla giudice Federica Fulgheri, e del perito della difesa affidata agli avvocati Gianluca Aste e Federica Sanna che si avvale della consulenza dello psichiatra Giampaolo Pintor, docente alla Scuola di specializzazione in Psichiatria dell’Università di Pisa, dicono che la madre di Chiara è totalmente incapace di intendere e volere e che il 18 febbraio 2023 uccise la figlia sotto l’impulso della malattia mentale di cui tutt’ora soffre.
Questo comporterebbe il giudizio limitatamente alla valutazione sulla pericolosità sociale dell’imputata e sulla tipologia di misura detentiva successiva, ma non a un vero e proprio dibattimento in cui ricostruire i fatti. Tutto cambierebbe se dovessero essere ritenuti prevalenti gli esiti della terza perizia medica, quella che il pubblico ministero aveva affidato allo psichiatra Stefano Ferracuti, professore di Psicopatologia forense e di Neuroscienze umane all’università La Sapienza di Roma. Le conclusioni a cui è giunto lo specialista sono diverse dalle altre due: anch’egli conferma l’infermità mentale, ma la ritiene parziale e non totale. Questo avrebbe come conseguenza che Monica Vinci potrebbe essere processata con un dibattimento regolare, al cui esito avrebbe esclusivamente diritto a uno sconto di pena.
Concluso l’incidente probatorio, tutto torna nelle mani del pubblico ministero. Dovrà esaminare gli elementi che ha a disposizione, chiudere l’inchiesta e, da ultimo, richiedere il giudizio. Sarà poi il giudice per le udienze preliminari a tirare le somme e fare la sua valutazione.

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