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La chiesa salvata dalle acque 100 anni fa e il mistero del ballo sardo

di Michela Cuccu
La chiesa salvata dalle acque 100 anni fa e il mistero del ballo sardo

La ricerca di Gian Gabriele Cau riscrive la storia di uno dei monumenti più affascinanti del medioevo sardo

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Ghilarza Dimenticate tutto ciò che credevate di sapere a proposito di su ballu tundu. Quello scolpito nella chiesa di San Pietro di Zuri, che per secoli è stato considerato un semplice ballo popolare, nasconde in realtà un segreto profondo. Un nuovo studio ha svelato che quel rilievo nasconde un significato ben più recondito: l’apertura del quinto sigillo apocalittico. Questa affascinante interpretazione, frutto del lavoro dello studioso Gian Gabriele Cau, è emersa durante un convegno, tenuto in occasione delle celebrazioni per il centenario della riedificazione della chiesa di San Pietro di Zuri, durante il quale è stato presentato il volume “San Pietro di Zuri. La decorazione scultoreo-architettonica” di Gian Gabriele Cau, che ha gettato nuova luce sul capolavoro tardo romanico che domina la piana del Tirso. L’incontro, organizzato in piazza Chiesa a Zuri e coordinato da Rossella Sanna e Salvatore Ganga e con la partecipazione del vescovo di Alghero Mauro Maria Morfino, ha riportato al centro dell’attenzione la storia e i misteri di un edificio che ha sfidato il tempo e un destino avverso.

La storia di San Pietro è una delle più singolari dell’architettura sarda. Costruita alla fine del XIII secolo in una Sardegna ancora saldamente legata al romanico pisano, fu il frutto di un ambizioso progetto di riqualificazione del Giudicato di Arborea, voluto dal giudice Mariano II e dalla madre, che, diventata vedova, prese i voti e divenne la badessa Sardinia de Lacon. Secoli dopo tra il 1923 e il 1925, la chiesa fu completamente smontata e ricostruita 150 metri più a monte per far posto al bacino artificiale del Tirso, il nascente lago Omodeo figlio della diga appena costruita. Fu un’operazione unica nel suo genere che ha salvato la chiesa dalla sommersione. L’edificio ha mantenuto intatto il suo fascino. Rarissimo esempio di architettura di transizione lombarda, presenta una commistione di stili che affascinò anche lo storico Raffaello Delogu. Durante l’incontro, l’autore Gian Gabriele Cau, in dialogo con l’orientalista Paolo Filigheddu, ha svelato i suoi studi, offrendo un’interpretazione inedita delle sculture: «Il ciclo di decorazione monumentale del San Pietro di Zuri è tra i più importanti e complessi di tutta la scultura architettonica medievale in Sardegna. Si presenta come una vera e propria Biblia pauperum (Bibbia dei poveri, ndr), un manuale illustrato destinato a coloro che non sapevano leggere, che narra la storia della salvezza attraverso l’interazione tra i rilievi, ponendo in parallelo scene dell’antico e del nuovo testamento».

L’elemento più sorprendente è la nuova lettura del capitello della parasta d’angolo orientale, un rilievo finora considerato una semplice rappresentazione di una danza: «Nel capitello non c’è un ballo, ma la rappresentazione delle anime dei martiri sardi in attesa della giustizia finale di Dio: una figurazione dell’apertura del quinto sigillo apocalittico», ha rivelato lo studioso, svelando la profondità del progetto figurativo e il suo legame con suggestioni gotiche e templari. Proprio sulle suggestioni templari Gian Gabriele Cau ipotizza un legame con il materiale scelto per la costruzione della chiesa, la trachite rossa: «Rosso è il sangue di Cristo versato per la salvezza dell’umanità, uno dei simboli dei Templari». San Pietro di Zuri non è solo un monumento salvato dalle acque, è un libro di pietra che continua a svelare i suoi segreti.

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