Uccise la figlia tredicenne, il processo alla madre inizia nel giorno dell’anniversario della tragedia
L’omicidio a Silì nel 2023, in aula anche l’imputata Monica Vinci
Oristano Un incrocio del destino, atroce e simbolico: il processo davanti alla Corte d’Assise di Cagliari per l’omicidio della tredicenne Chiara Carta si è aperto oggi, 18 febbraio 2026, esattamente a tre anni di distanza da quel tragico pomeriggio di via Martiri del Congo a Silì. In aula, il silenzio è stato rotto solo dai passaggi procedurali di un’udienza che segna l’inizio della fase dibattimentale per la madre, la 54enne Monica Vinci, a processo per aver ucciso la figlia nel febbraio del 2023.
L’imputata era presente in aula restando immobile, quasi assente, per tutta la durata dell’udienza, mentre a pochi metri di distanza, in fondo alla sala, il padre di Chiara, Piero Carta, agente della polizia locale a Oristano, assisteva con la compagna e i familiari alla prima tappa di un percorso giudiziario che cerca di mettere ordine nel caos di una sofferenza indicibile.
Il cuore del processo risiede nella capacità di intendere e di volere della donna al momento del delitto, un tema che ha già visto un primo scontro tecnico tra le parti. Il pubblico ministero Valerio Bagattini ha infatti chiesto e ottenuto l’audizione del proprio consulente, il professor Stefano Ferracuti, la cui tesi punta sulla seminfermità mentale: un residuo di capacità decisionale che renderebbe la donna parzialmente imputabile. Richiesta alla quale si è associata l’avvocata Anna Paola Putzu, parte civile per il padre della ragazzina. A questa richiesta si è opposto con fermezza l'avvocato della difesa, Gianluca Aste, che avrebbe auspicato una sentenza immediata di proscioglimento basata sulle conclusioni del perito, Maurizio Marasco, e del consulente di parte Giampaolo Pintor. Il primo fu nominato dal giudice per le udienze preliminari, il secondo fu consulente di parte per la madre ed entrambi si espressero in maniera concorde sulla totale incapacità di intendere e di volere. La difesa ha inoltre sottolineato come il consulente dell’accusa non si fosse presentato all’incidente probatorio, che si tenne in tribunale a Oristano, limitandosi allora a una relazione scritta.
Nonostante le due perizie che propendono per l’infermità totale, il rinvio a giudizio è rimasto un atto dovuto per accertare la persistente pericolosità sociale di Monica Vinci. Attualmente ricoverata in una Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza, l’imputata attende ora il prossimo 11 marzo, data in cui il dibattimento entrerà nel vivo con l’audizione dei tre periti. Sarà quello il momento del confronto decisivo tra le diverse interpretazioni scientifiche, necessario per stabilire se quel gesto terribile sia stato il frutto di un’intenzione o l’epilogo inevitabile di una malattia che ha annientato ogni barlume di ragione.
