Sì all’indennizzo ai figli di Daniele Concu, l’eroe che salvò l’Orione – La decisione
L’eroe dimenticato che lottò per 48 ore contro un incendio sul cacciatorpediniere
Oristano Ci sono voluti settantaquattro anni di attesa, un’intera vita segnata da gravi sofferenze fisiche e una battaglia legale estenuante perché lo Stato riconoscesse pienamente il debito di gratitudine verso uno dei suoi servitori più coraggiosi. Una distanza temporale siderale separa l’eroismo di quel giovane elettricista della Marina dalla sentenza che oggi rende finalmente giustizia ai suoi eredi.
La Corte di Cassazione, con un’ordinanza ha infatti annullato la decisione della Corte d’Appello di Brescia che negava i benefici di legge ai figli di Daniele Concu, l’uomo che nel 1952 salvò la torpediniera Orione e il suo intero equipaggio da un incendio devastante.
La vicenda affonda le radici nell’aprile del 1952. Daniele Concu, impegnato a bordo della torpediniera Orione, combatté per oltre 48 ore consecutive contro le fiamme divampate nella sala motori della nave. Fu un’impresa solitaria e disperata, condotta tra fumi tossici e calore insopportabile, che evitò l’affondamento dell’unità e la morte certa dei commilitoni, ma che gli causò lesioni cardio-respiratorie permanenti e irreversibili. Patologie che furono ufficialmente riconosciute come dipendenti da causa di servizio e, nel 2014, portarono il Tribunale di Oristano a decretarne formalmente lo status di Vittima del dovere.
Nonostante l’accertamento del nesso tra quel servizio estremo e il lento declino fisico che lo ha accompagnato fino alla morte, avvenuta nel 2020, lo Stato aveva continuato a erigere barriere burocratiche per negare le provvidenze ai figli Claudio, Maria Luisa e Maria Giuseppina. La motivazione era puramente formale e basata su un cavillo: al momento del decesso del padre, i figli non erano più «fiscalmente a carico». Questa interpretazione, inizialmente avallata dai giudici di Mantova e Brescia, aveva creato un paradosso inaccettabile: un atto di eroismo cristallizzato nella storia veniva improvvisamente svuotato di significato per ragioni di bilancio familiare.
Il ricorso per Cassazione, curato dall’avvocato Ezio Bonanni, ha evidenziato come il diritto ai benefici spettanti ai superstiti non possa essere subordinato all’autonomia economica degli eredi o a meri indici di reddito. La Sezione Lavoro della Cassazione, presieduta da Rossana Mancino, ha accolto i motivi principali, cassando la sentenza impugnata e stabilendo un precedente che mette fine a anni di incertezze interpretative.
Il principio di diritto stabilito dalla Cassazione supera definitivamente ogni lettura burocratica della norma: «L’assegno vitalizio non reversibile è riconosciuto, pur in presenza di coniuge superstite, in favore dei figli economicamente autonomi e non fiscalmente a carico della vittima al momento del decesso». In sostanza, la Corte ha sancito che il riconoscimento del sacrificio di un servitore dello Stato non ha una data di scadenza e non può dipendere dallo stato patrimoniale dei superstiti. Il valore di quel gesto compiuto settantaquattro anni fa nelle acque del Mediterraneo non può essere limitato da tecnicismi contabili o parametri Irpef, che nulla hanno a che vedere con il merito e la drammaticità dell’azione compiuta.
La vicenda tocca da vicino le comunità di Oristano e Nuoro, centri dove risiedono i familiari di Daniele e dove la sua memoria è sempre stata preservata con orgoglio e commozione. La battaglia giudiziaria, guidata dal figlio Claudio, si chiude con un atto di civiltà che ha un impatto enorme: apre la strada al riconoscimento dei diritti per centinaia di altre famiglie di vittime del dovere in Sardegna e in tutta Italia che si trovavano nella medesima situazione di stallo legislativo. «Questa decisione mette fine a un’ingiustizia evidente» sottolinea l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, che ha assistito la famiglia in ogni grado di giudizio. «Non si può negare un diritto a un figlio per una questione puramente formale. Il sacrificio di chi ha pagato con la salute e con la vita il proprio servizio non può essere riconosciuto a metà. Ora ci aspettiamo che questo orientamento venga applicato senza più ostacoli, garantendo finalmente la piena tutela previdenziale e risarcitoria dovuta». Il caso torna ora alla Corte d’Appello di Brescia che, attenendosi all’ordinanza della Cassazione, dovrà stabilire la liquidazione delle spettanze e delle spese di giudizio.
