La grande crisi del settore olivicolo. Due terzi del raccolto sono spariti – Qual è il territorio più in difficoltà
Laura Cocco (Coldiretti Giovani): «Il dato è disastroso e diffuso, servono interventi»
Oristano Un crollo che pesa come un macigno sul comparto olivicolo di tutta la regione, ma che nell’Oristanese assume tinte a tratti drammatiche. Nella campagna 2025-2026 la provincia di Oristano registra una drastica riduzione della produzione di olive destinate alla trasformazione olearia: appena 3.104 tonnellate lavorate, contro le 10.054 dell’annata precedente. Il dato, diffuso da Coldiretti Sardegna assieme alla fotografia della situazione di tutta l’isola, certifica una perdita di circa il 69 per cento della produzione solo per la provincia di Oristano, con oltre due terzi della capacità produttiva svaniti nel giro di un anno.
Il dato «Il calo è disastroso, il dato è grave e alto, ancora più preoccupante se aggregato alla situazione generalizzata – commenta Laura Cocco, delegata regionale di Coldiretti giovani ma anche titolare dell’azienda Peddio di Cuglieri –. La situazione è a macchia di leopardo, non ci sono zone specifiche dove si è concentrato il calo. Qui nel Montiferru è stata certamente uno strascico del drammatico incendio, ma registriamo situazioni drastiche anche sul basso oristanese, come la zona di Riola, o le campagne di Bosa».
La situazione Un arretramento che non è solo numerico a livello quantitativo, ma anche simbolico. Se fino alla scorsa stagione Oristano rappresentava la seconda provincia dell’isola per quantità di olive lavorate, oggi scivola penultima, superata non solo dal Sud Sardegna ma anche da Sassari e Nuoro. Un ridimensionamento netto che fotografa le difficoltà strutturali di un settore storicamente rilevante per l’economia agricola locale, dove molte aziende ora sono in ginocchio e in tanti stanno abbandonando il settore e le produzioni. «L’Oristanese ha sofferto enormemente ma ci sono zone dove non sono stati avviati nemmeno i frantoi. Nel Montiferru non sono arrivati ancora i ristori dal 2021 e in più molti oliveti sono stati abbandonati. Ora sono secchi e abbiamo paura che torni il fuoco – continua Cocco –. C’è poi il moltiplicarsi degli eventi meteo avversi con il cambiamento climatico: sono di difficile gestione, perché incidono sulla fioritura e sulla resa finale delle piante. Ma il vero problema è l’approvvigionamento idrico: è necessario il sostegno strutturale della Regione per portare acqua nelle colture e ridare dignità a questo comparto».
Irrigare Un oliveto medio può contare circa duecento piante, ma le aziende più strutturate dell’isola arrivano anche a lotti di cinque ettari coltivati. Una campagna compromessa, con produzioni ridotte ai minimi storici e una filiera costretta a fare i conti con una materia prima sempre più scarsa può essere salvata migliorando i sistemi di coltivazione: «L’aspetto più destabilizzante è che non siamo più in grado di fare previsioni. Avevamo un’annata di carico seguita da una di scarico, ora invece è impossibile fare un budget o un programma. Interventi sostanziali di irrigazione sarebbero importantissimi per dare un approvvigionamento costante alle piante e un livellamento nella produzione. Il settore olivicolo è certamente tra i più importanti della Sardegna e non si può pensare di non investire».
Lo spiraglio Una crisi che, alla luce dei numeri, appare tutt’altro che episodica e, sebbene imprevedibile, strutturale. Ma c’è un dato che sembra avere una lettura positiva e arriva proprio dalla resa in olio, che segna un lieve incremento rispetto alla stagione precedente. Un elemento che consente di attenuare, almeno in parte, gli effetti del crollo produttivo, ma che non basta a compensare la perdita complessiva. © RIPRODUZIONE RISERVATA
