La Nuova Sardegna

L'assassino finora protetto dal silenzio pesante del paese

Simonetta Selloni
L'assassino finora protetto dal silenzio pesante del paese

Il killer ha agito di mattina e in pieno centro eppure nessuno sembra averlo visto

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ORGOSOLO. Un cuscino di anturium rossi, un mazzo di fiori e un biglietto: «Caro Peppino, tu che eri un simbolo per Orgosolo, perdona la persona che ti ha fatto questo, che noi non ti dimenticheremo mai». Alcuni amici di Peppino Marotto quel mazzo di fiori l'hanno voluto lasciare nel punto in cui il corso Repubblica, due giorni fa, si è tinto del sangue del sindacalista e poeta.

Peppino Marotto è stato ucciso proprio davanti alla chiesa di San Salvatore, che tutti, qui a Orgosolo, chiamano “chiesa nuova”. Davanti all'edicola dove stava entrando, come faceva ogni giorno. Con sei colpi di pistola calibro 7.65 esplosi alle 10 e mezza di un giorno di festa, il sabato antivigilia di San Silvestro. Nel pieno corso, che la migliore retorica giornalistica definirebbe “brulicante di gente”; ma dove sia andata tutta questa gente non si sa, visto che fino a ieri notte nessuno, ma proprio nessuno, è riuscito a dare uno straccio di informazione su colui che nel cuore del paese ha colpito il cuore del paese. Nessuno, ma proprio nessuno, nel corso “brulicante di gente”, o se si preferisce “nel via vai della festa, imminente ma pur sempre festa” per continuare con la retorica, ha saputo dire: a) se chi ha sparato fosse un uomo, una donna, un alieno; b) se fosse in compagnia di qualcuno, magari di un palo che lo coprisse dagli sguardi indiscreti della folla di cui sopra; c) men che meno, se fosse a viso coperto o travisato. E allora diciamo che, tolte le venti persone che sono state sentite dagli uomini del commissariato di Orgosolo e dal vice comandante della squadra mobile della questura di Nuoro, Gabriele Giannini, tolti i parenti stretti, l'edicolante, il cliente che c'era all'interno, e l'uomo che ha soccorso Peppino Marotto credendolo vittima di un infarto, gli orgolesi che sabato mattina 29 dicembre, alle 10.30, nel corso Repubblica, si sono magicamente dissolti. Come nemmeno è riuscita la neve al sole; tanto che ancora, i cumuli di ghiaccio ormai zozzi di ogni zozzura fanno mostra di sè in alcuni angoli delle strade del paese.

E allora Peppino Marotto, l'uomo del sindacato, l'uomo della Camera del Lavoro di Orgosolo, l'uomo del Pci, il lavoratore, il fondatore dei tenores, il grande poeta, il simbolo di Pratobello, ecco, Peppino Marotto è morto come l'ultimo degli ultimi. Sotto casa sua, a casa sua: morto da solo, vittima di un omicidio che, unica cosa che ammettono persino gli inquirenti, non è certo frutto di un impeto. Di una arrabbiatura dell'ultima ora. Ucciso il poeta, il sindacalista, l'uomo delle lotte per i lavoratori, il fondatore della prima cooperativa di Orgosolo; l'uomo che dialogava con tutti e cantava le sue poesie per tutti. Lo sdegno che corre per tutta la Sardegna, parte da Orgosolo e arriva oltre l'isola. Ma l'insurrezione concreta, quella alla fine utile, quella ancora è nascosta.

È davvero pensabile che due giorni fa, in quelle condizioni, nessuno abbia visto l'assassino? In un punto che più nevralgico di così non si può, pieno tra l'altro di locali, negozi, Bed & Breakfast; pieno di case. E nemmeno nelle possibili vie di fuga, le stradine che costeggiano la chiesa. Via Satta, dove nove anni fa è stato ucciso don Graziano Muntoni, e via Lamarmora. «Ma sotto un profilo formale, nessuno ci ha detto nulla», dicono gli investigatori. Che per capire qualcosa su questo delitto devono partire da pochi, scarni elementi. Persino dall'hard disk del computer che Peppino Marotto aveva, alla Camera del Lavoro di via Piero della Francesca. In realtà, quasi un soprammobile, perchè alla bella età di 82 anni Marotto con bit ed e-mail non praticava più di tanto. Comunque, l'hard disk e le sue agende sono ora materia di controllo. Ma difficile che ne venga fuori qualcosa. Anche ai familiari è stato chiesto se Marotto avesse qualche preoccupazione, raccontato di qualche episodio strano. Anche qui, sembra, buio assoluto.

L'altro elemento evidente, questo sì, è legato alle modalità del gesto. Chi ha ucciso il vecchio sindacalista voleva la platea massima: pieno giorno, pieno centro, due giorni prima di San Silvestro. Perchè non aspettare Marotto davanti alla sede della Cgil, in periferia, al buio? Sarebbe stato tutto più semplice: Marotto tirava tardi, con le pratiche del patronato, a volte anche fino alle 8 di sera era ancora in sede. Oppure bastava aspettarlo in campagna, lui ci andava spesso e da solo. Eppure no; serviva un gesto dimostrativo. Plateale, appunto: o forse sapeva, l'assassino, che periferia o centro pari sono, se il centro è sordo, e cieco. E, in definitiva, muto. Si attendono smentite.

Cosa abbia condannato a morte Peppino Marotto, sembra, a oggi, un mistero difficile da dipanare. Scomodare il suo passato è una delle ipotesi di lavoro. Nel suo libro “Su pianeta 'e Supramonte”, (Condaghes, 1996), le note biografiche curate da Peppino Fiori e Paolo Pillonca non nascondono momenti difficili vissuti da Marotto in gioventù. Dopo l'omicidio del barbiere Taras, nel 1950, venne arrestato come “favoreggiatore di banditi”. Finì al confino, a Ustica. Tornò due anni dopo, e nel 1954 ebbe nuovi guai, e persino un periodo di latitanza dal quale uscì costituendosi. Durante quel periodo, gli venne attribuito anche uno degli episodi di sangue accaduti in quegli anni: l'uccisione di Antonia Tolu, una donna bella e benestante. Venne arrestato, ma fu completamente scagionato senza che mai si arrivasse al processo. Nelle stesse note si fa riferimento ad altri episodi accaduti tra Mamoiada e Orgosolo. Stiamo parlando di mezzo secolo fa.

Cosa ha pagato Peppino Marotto, uomo che molta parte di Orgosolo riconosce come giusto, buono, al servizio di tutti? Uno dei saggi della comunità, uno cui rivolgersi per dirimere controversie, al di sopra delle parti: che abbia detto una parola di troppo, o mosso un appunto di troppo? Eppure lui conosceva bene la sua comunità, i suoi meccanismi e le sue asperità. Era uomo che sapeva come comportarsi per mantenere equilibri a volte difficili.
Ieri sera, due fioriere davanti al punto dell'omicidio impedivano che qualcuno, come avvenuto di mattina, si parcheggiasse proprio a ridosso dei fiori. Negozi aperti, gente nei bar e a spasso per il corso; davanti a casa Marotto, un continuo pellegrinaggio di amici, compagni di partito del vecchio comunista, personalità pubbliche. Persone sinceramente addolorate, buona parte del paese lo è.

E l'altra parte? La vita continua, appunto; ritmi normali, oggi è la notte di San Silvestro, e al di là della pubblica costernazione, resta, non in tutti, certo, ma in molti, la privata indifferenza se non insofferenza. Il sindaco Francesco Meloni e la giunta hanno deciso di abolire tutti i festeggiamenti previsti per il Capodanno. Ma la “Candelaria”, quello che altrove in Barbagia si chiama “su mortu mortu” e a Orgosolo si fa il 31 dicembre, quella non si ferma. Le tradizioni, i bambini, si capisce...
«Il 29 dicembre alle ore 10.30 Marotto Giuseppe da Orgosolo, classe 1925, è stato attinto da sei colpi di pistola. Il decesso, nonostante i soccorsi, è stato immediato. Non ci sono, al momento, testimoni”. Marotto Giuseppe noto Peppino è morto. Gli teneva la mano un passante; mentre l'assassino scappava, e chi andava per la sua strada ha continuato ad andare.
L'ultimo canto del poeta è un grido di dolore che si perde nella solitudine di una mattina di quasi festa. Il paese è in lutto.

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