Nebida, crolla la laveria Lamarmora patrimonio dell'Unesco

Qualcuno la chiama il "colosseo" dell'archeologia mineraria sarda. La laveria Lamarmora, a Nebida (Iglesias), con i suoi archi e le colonne che si affacciano sul mare, effettivamente ha tutta l'aria di un monumento antichissimo. Costruita alla fine dell'800, a strapiombo sul mare, l'ex laveria è il simbolo dell'epoca d'oro dell'estrazione mineraria. Nei giorni scorsi, una parete del deposito, che si trova a pochi metri dal mare, è crollata

NEBIDA. Un’onda anomala sostenuta dallo scirocco e la parete ovest della laveria Lamarmora di Nebida ha ceduto di schianto. La struttura mineraria risale al 1897.

L’imponente complesso minerario, costruito dalla Società Anonima di Nebida e ora riconosciuto dall’Unesco come patronio dell’umanità, si sta sbriciolando sotto i colpi delle tremende bordate delle onde del Golfo del Leone e dietro l’incuria che la Regione sta riservando ai siti minerari dismessi. Ieri mattina un cercatore di funghi ha dato l’allarme quando ha notato che una delle sei arcate del magazzino era stata spazzata via dai marosi.


Un crollo annunciato, perché dal 1989, dopo l’intervento di consolidamento affrontato con la consulenza della soprintendenza ai Beni archeologici di Cagliari ed Oristano, su quei muri macchiati di benda, cerusite e pirite, non è passata più la mano dell’uomo a opporsi ai danni del tempo. Così, giorno dopo giorno le crepe sui muri diventano sempre più ampie, cedono i solai, scompaiono corrose dalla ruggine le tramogge in ferro dei silos e continuano a inclinarsi i fumaioli dei forni di arrostimento dei minerali.

Gli edifici stanno crollando. Una settimana fa - lo attestano numerose fotografie - la struttura era ancora in grado di reggere alle intemperie, ma ieri mattina, quel crollo nella parte bassa ha lanciato l’ennesimo segnale di allarme alle istituzioni. Potrebbe bastare una raffica di vento per completare l’opera devastatrice.

I segni del tempo e l’incuria dell’uomo, agendo in contemporanea, stanno minando la resistenza di quei muri costruiti dai minatori alla fine dell’Ottocento. La laveria Lamarmora si sta sfaldando per lo stesso degrado che ha portato al crollo della ciminiera di Fontanamare. A Nebida però le ciminiere sono gemelle, poste in simmetria sopra i forni di cottura delle calamine e delle blende. Crolla tutto e dovunque. Anche all’interno del complesso a strapiombo sulla costa i cedimenti dei solai stanno contribuendo a indebolire la resistenza dei muri portanti e degli archi con vista a mare.

I cumuli di mattoni, di pietre e la ghiaia provenienti dalle discariche minerarie sovrastanti stanno prendendo il posto dei lastroni di trachite dei pavimenti che ornano la laveria. L’ultimo minatore che ha operato in quell’impianto sul mare ha timbrato il cartellino negli anni Trenta del secolo scorso e da allora l’intero complesso è stato consegnato ai vandali e a svariate intemperie.

Con il passare degli anni sono evidenti i segni del mancato interesse del uomo e delle istituzioni. Davanti al magazzino dei minerali era presente un porticciolo adatto all’attracco delle bilancelle, quelle barche a vela che i galanzieri (gli operai che caricavano la galena che allora si chiamava «galanza») caricavano di minerali da trasportare a Carloforte dove esisteva una struttura per il provvisorio immagazzinamento delle blende e della cerusite. Ora sono visibili solo le tracce: di un porto bomboniera rimangono le fondamenta.

«Qui - spiega Giampiero Pinna, presidente dell’associazione Pozzo Sella - erano previsti interventi di restauro per 1,5 milioni, ma non sappiamo che fine abbiamo fatto quelle risorse. Questo complesso è il Colosseo delle miniere e lo stiamo perdendo. Se non vogliamo assistere alla distruzione totale del nostro patrimonio, occorre che la Regione intervenga subito e con competenza».

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