La Nuova Sardegna

La vittima e il terrorista di fronte ai misteri della strage di Fiumicino

Roberto Morini
<b>La strage </b>Corpi dilaniati dalla sala partenze internazionali di Fiumicino il 27 dicembre del 1985 A fianco Caterina Brau Sotto Abu Nidal mandante dell&#146;attentato
La strage Corpi dilaniati dalla sala partenze internazionali di Fiumicino il 27 dicembre del 1985 A fianco Caterina Brau Sotto Abu Nidal mandante dell’attentato

24 marzo 2011
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 SASSARI. «Ricordo i suoi occhi pieni di paura in un volto di ragazzino circondato dai capelli ricci. Io ero a terra ferita, lui era circondato da agenti in borghese. Poi ho saputo che era ferito anche lui. E ho saputo anche che gli agenti probabilmente erano dei servizi israeliani. Lo arrestarono ma lo salvarono anche da un tentativo di linciaggio». Lei è Caterina Brau, lui Khaled Ibrahim Mahmoud. Lei aveva 32 anni e stava partendo con il suo compagno di allora, il marito Antonio Minisola da cui anni dopo si è separata, per andare a festeggiare il capodanno a Barcellona. Lui aveva solo 18 anni e faceva parte del commando di terroristi che aveva attaccato la sala partenze internazionali dell'aeropporto di Fiumicino. Il destino - il caso - li fece incontrare alle nove del mattino di quel 27 dicembre del 1985. Lui è uscito dal carcere pochi giorni fa, dopo aver scontato 25 anni e tre mesi, con un premio per buona condotta: doveva restarci trent'anni. In carcere si è laureato e ha trovato la forza di capire i suoi errori. Ora prova a ricostruirsi una vita. Anche se ha detto a Sette, il settimanale del Corriere della Sera: «So che gli agenti del Mossad che quel giorno erano a Fiumicino torneranno prima o poi a cercarmi per finire quel lavoro». Lei nella sparatoria di Fiumicino ha perso la gamba sinistra, ha lottato in ospedale per tornare a vivere, è tornata a scuola a insegnare fino al 2005, quando come vittima del terrorismo è andata in pensione con qualche anno di anticipo. Ma soprattutto vive con il sorriso sul volto: «Spero sempre in un futuro migliore» confessa. Anche per Mahmoud: «Sono contenta che sia uscito. Contenta non è la parola giusta. Spero che possa avere davanti a sé anni migliori di quelli terribili che ha vissuto, prima nei campi palestinesi, poi diventando terrorista, infine nelle carceri italiane».  Mahmoud sostiene che quel giorno a Fiumicino lui e i suoi tre compagni uccisi nell'attacco caddero in una trappola. Soprattutto dice che a sparare per primi non furono loro ma gli agenti del Mossad. Si ricorda qualcosa di quei momenti, di quei giorni che confermi o smentisca questa ricostruzione?  «È un'ipotesi in parte già nota. Anche nei miei ricordi ci sono episodi poco chiari, fatti che rimandano al mistero. Quattro ragazzi giovanissimi, secondo la ricostruzione ufficiale guidati proprio da Mamoud, un diciottenne. Tutti proveniente da Sabra e Shatila, i campi palestinesi del massacro. Mahmoud dice di essere entrato nell'organizzazione di Abu Nidal a 8 anni, di aver perso i genitori a 15 proprio nella strage di Sabra e Shatila portata a termine da milizie cristiane libanesi nel 1982. Possibile che una organizzazione militare mandasse allo sbaraglio quei quattro ragazzi? In quell'episodio come in tanti altri analoghi, a partire da quello contemporaneo all'aeroporto di Vienna che ebbe la stessa dinamica, si ha sempre l'impressione che il potere racconti una verità e che dietro ce ne sia un'altra. Forse indicibile. Come nel film I tre giorni del Condor. Senza accusare nessuno in particolare, ho sempre pensato che quei ragazzi, molto fragili, fossero comunque manovrati».  Nei suoi ricordi può esserci qualcosa che conferma questa sensazione di mistero?  «Alcuni particolari, forse riletti oggi. Ricordo che mentre andavamo al check-in incontrammo un poliziotto con un cane che non sembrava certo pronto a respingere un attacco terroristico. Anche il carabiniere che vidi sparare da dietro una balaustra quando io ero già a terra sembrava impotente con quella pistolina. Gli agenti italiani hanno sparato pochissimo, come risulta anche dalla ricostruzione trasmessa da History Channel. A sparare sono stati solo gli agenti dei servizi israeliani. Questo è stato detto in tutti questi anni, anche se nessuna inchiesta è mai andata a fondo».  Ha ricostruito chi l'ha ferita e in che modo?  «Non so nemmeno se sono stata colpita da una pallottola esplosiva o dai frammenti di una bomba. Sicuramente l'altra gamba è stata ferita da una pallottola. Ma i frammenti che trovarono nella gamba sinistra non sono mai stati analizzati. Il medico dell'ospedale mi disse che erano stati buttati via. Nessuno ha voluto sapere chi mi aveva ferito».  Le è sembrato strano già allora, in ospedale, che avessero buttato via i frammenti estratti dalla sua gamba?  «Sì. Ne parlai con amici, ma non feci nessuna denuncia. Mi dissero che li avevano buttati tutti, non solo quelli estratti dal mio corpo. E in ospedale ci fu anche un altro fatto strano che io collegai proprio alle schegge gettate. I primi giorni, quando ero ancora sotto choc, sono venuti diverse volte medici ebrei».  Mandati dall'ambasciata israeliana?  «No, non medici israeliani. Ebrei italiani. Me li ricordo bene anche perché uno di loro mi aveva colpito: era molto bello. Poi, una volta buttate via le schegge, non si sono più visti. Potrebbero essere spariti perché stavo meglio, ma la coincidenza mi fece riflettere: si collegava a tutti gli altri dubbi che avevo. Se per fermare il processo di pace un israeliano sarebbe arrivato dieci anni dopo a uccidere Isaac Rabin, perché non pensare a un loro ruolo anche in un episodio così pieno di misteri come la strage di Fiumicino?»  Qual è il modo giusto di raccontare un episodio drammatico come la strage di Fiumicino?  «Forse quello usato da Haruki Murakami nel suo libro Underground, che ricostruisce l'attentato del 1995 nella metropolitana di Tokio con il gas sarin. È una raccolta di testimonianze di vittime di quell'attacco. Leggendolo hai la percezione di una cosa che si ripete e insieme di una cosa sempre diversa: non c'è nessun tentativo di dare al racconto un significato politico, ma solo la volontà di dare la parola a chi era lì. Così ha dato voce alle testimonianze di vita vissuta, a partire dalla paura che non passa. Finalmente un libro dalla parte delle vittime».  Lei però in tutti questi venticinque anni non ha mai avuto l'atteggiamento da vittima.  «Forse non ho mai avuto l'atteggiamento, ma sono stata una vittima. Quando c'è stato l'attentato alle torri gemelle, prima di pensare a chi c'era dietro ho pensato alle vittime, mi sono sentita dalla loro parte. Anche rispetto a Mahmoud, non sono dispiaciuta del fatto che sia uscito dal carcere perché anche lui è prima di tutto una vittima e proprio perché vittima della sua storia ha fatto una scelta mortale per gli altri. Oggi è bello che dica: sono uno stalinista in via di guarigione».  Questo è il punto di vista positivo. Ma c'è anche quello di cui parlava prima, quello che descrive un mondo pieno di cospirazioni. È perché esistono gli stalinisti in via di guarigione che lei spera, come ha detto altre volte, nella democrazia?  «Anche per questo. Penso che la democrazia sia l'unica strada possibile. Sono stata tante cose nella mia vita: comunista, femminista, ambientalista. Lungo tutto questo percorso ho capito che la democrazia è l'unico sistema perfettibile di quelli che conosco. La speranza che la democrazia sia un sistema perfettibile non mi abbandona mai, nemmeno in un momento difficile come questo».  Ha anche detto di essere sempre stata pacifista. Che reazione ha di fronte ai caccia italiani che bombardano la Libia?  «Mi trovo senza parole. Mentre Gheddafi bombardava le città dei ribelli dicevo: l'Onu deve intervenire. Non si può dire di voler esportare la democrazia in Afghanistan e poi restare fermi quando ti chiedono aiuto da un Paese così vicino. Mi vergognavo del fatto che nessuno intervenisse. Ma ora non mi sembra giusto che sia colpita la popolazione di Tripoli. È vero, non è chiaro che obiettivi abbiano colpito, se militari o civili. Ma io da un Paese democratico pretendo informazione e chiarezza. Insomma, sono piena di dubbi ma alla fine mi dico: non si poteva non fare».  

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