Al posto di Equitalia l’esattore sarà il Comune

Nel decreto sviluppo passato ieri ci sono decisioni che alleviano le vessazioni di Equitalia. E torna ai Comuni la riscossione delle entrate, ma la cosa non entusiasma i sindaci

CAGLIARI. Passa il decreto sviluppo a Roma e al suo interno c'è un tentativo di pax fiscale tra i contribuenti ed Equitalia. Per la Sardegna poi viene approvato un ordine del giorno del Pd, primo firmatario Giulio Calvisi, che impegna il governo ad avviare le procedure per il riconoscimento dell'area di crisi per via dei debiti accumulati dalle imprese nei confronti di Equitalia.

I contribuenti possono tirare un sospiro di sollievo. Nella lunga marcia che l'Italia dovrà fare per raggiungere un'amministrazione pubblica dal volto umano, c'è l'impossibilità per Equitalia di ricorrere alla ganasce fiscali per importi sino a duemila euro; (si procederà dopo due solleciti a distanza di almeno sei mesi). così come il divieto di pignorare la prima casa per debiti inferiori a ventimila euro. La soglia minima di ipoteca s'inizia da ottomila euro. «Si tratta di un passo in avanti nella riscrittura del capitolo tributario legato al caso Equitalia», spiega Salvatore Cicu, vicecapogruppo del Pdl alla Camera, che ha presentato modifiche, poi accolte, al maxi emendamento al decreto sviluppo.

«La diffusa morosità delle imprese sarde nei confronti di Equitalia e, a monte nei confronti dell'erario e degli enti previdenziali», conclude Cicu, «dimostra che c'è una vera e propria emergenza sociale». Le aziende sarde indebitate col fisco sono 64.104 su un totale di 160 mila imprese; l'esposizione debitoria è di tre miliardi e mezzo: significa che il 40% delle aziende ha un debito di circa 55.000 euro. (E nel 2010 sono state 2.351 le imprese sarde che hanno dichiarato fallimento). Per questo il Pd alla Camera ha presentato l'ordine del giorno, firmato da Calvisi, Schirru, Fadda, Marrocu, Parisi, Melis e Pes, che impegna il governo ad «individuare con la Giunta regionale, le aree del territorio in stato di crisi e disporre una moratoria fiscale da sei a dodici mesi come si conviene per le situazioni eccezionali. Un secondo ordine del giorno sempre del Pd, prima firmataria Amalia Schirru, chiede che alle imprese sarde sia consentito il pagamento rateale in 60 mensilità.

«L'ordine del giorno approvato», spiega Giulio Calvisi, «dà più forza al Consiglio regionale per chiedere alla Giunta di affrontare la questione Equitalia».

Comuni.
C'è un altro aspetto nel decreto: torna ai Comuni la riscossione delle entrate, anche delle società partecipate, che viene quindi sottratta a Equitalia. La questione è delicata: «Ognuno deve avere il suo ruolo», precisa Umberto Oppus, direttore dell'Anci Sardegna, «i Comuni non possono, né vogliono sostituirsi allo Stato». In sostanza i sindaci hanno paura che il Governo nazionale abbia voluto «farsi bello» di fronte ai contribuenti lasciando ai Comuni un carico che non possono sopportare da soli. «C'è solo una soluzione», afferma Oppus, «arrivare a una riforma del fisco concertata. Il problema è a monte non si può individuare il Comune come un esattore».

Questo sempre facendo la debita premessa che nessuno mette in discussione il dovere di pagare le tasse (e anche il ruolo di Equitalia, sia pure all'interno di un'amministrazione dal volto umano e non glaciale come oggi). Spiega Umberto Oppus: «Faccio un esempio: un imprenditore che ha un appalto pubblico ma, nonostante abbia lavorato, non riscuote quanto gli spetta da anni. Se non ce la fa a pagare in tempo l'Inps, o ritarda il pagamento, cosa è? Un evasore fiscale o una vittima»? Ecco perché la riforma fiscale, auspicata dai comuni, deve ripartire dalla situazione reale. «Non vogliamo annunci e tantomeno spot», conclude il direttore dell'Anci Sardegna, «bisogna valutare l'impatto complessivo chiedendo un ruolo ai comuni ma non chiedendo ai sindaci di svolgere un compito che spetta ad altri».

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