Gene Gnocchi nell'isola "Ridere è una cosa seria"
Intervista al comico in Sardegna col nuovo spettacolo
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SASSARI. Eugenio Ghiozzi, classe 1955, di Fidenza (Parma). Laureato in giurisprudenza con una passione per la filosofia del diritto che non lo ha mai abbandonato neppure quando ha deciso che il suo futuro non era tra le aule giudiziarie, ma sui palchi dei teatri o in tv. Tolta la toga e cambiato il nome nell’ormai popolare Gene Gnocchi, il dottor Ghiozzi ha deciso di cambiare vita.
Comico, cabarettista, conduttore, autore e attore. Nonché ex calciatore. Ne ha fatta di strada prima di riuscire a capire quale era la sua.
Primo di sei figli, per la sua famiglia (padre coraggioso sindacalista: «ha fatto scelte difficili per noi anche se non ci ha mai fatto mancare nulla») la sua decisione non sarà stata facile da digerire. «Ma no, perché proprio da mio padre ho imparato che la cosa più importante nella vita è fare ciò che si desidera e che si vuole fare. L’importante è fare le cose con passione e la mia passione era ed è quella di raccontare storie strampalate, e di scriverle anche».
- Lei in una intervista ha detto che quello del comico non è un mestiere ma una visione del mondo.
«Sì perché è un po’ come affrontare la vita sospendendo ogni forma di giudizio, con uno sguardo ironico e distaccato. Questo è un grande aiuto. Ti rasserena».
- Da come parla dà l’impressione di una persona saggia ma anche un po’ triste. Mon sarà affetto dalla malattia che colpisce un po’ tutti i comici?
«No, forse è la mia voce a dare questa impressione, perché sono un po’ stanco, ma no, a me invece piace ridere. E ridere non vuol dire non essere seri. Il fatto che la vita sia a volte un po’ tragica non vuol dire che non se ne possa ridere. Ma non si può farlo sempre e comunque se no un comico non sarebbe credibile».
- Certo è che ora con tutto quello che sta succedendo e, si teme, succederà, c’è davvero poco da ridere. Ad esempio, ora in un’Italia sull’orlo del baratro e con una crisi finanziaria senza precedenti, uno come lei che ha una visione critica sulle cose dove investe il suo cachet di ieri a Palau e di stasera a Carbonia? Si affida alle banche, si fida del governo, mette i soldi sotto il materasso. Cosa fa?
«Investo sui miei tre figli, compro loro una casa, penso al loro futuro. Adesso è questa la mia unica preoccupazione».
- Lei ha lavorato in teatro, nei cabaret, per la Rai, per Sky e Mediaset. Quali sono le differenze sostanziali e soprattutto come si fa a fare satira politica per le reti di Berlusconi. E’ ancora possibile?
«Le dirò, in Mediaset c’è una situazione davvero strana: capita che spesso i sottoposti siano più realisti del re».
- Succede anche altrove.
«Sì, lo so».
- E nelle altre situazioni invece?
«Ho lavorato molto bene in Rai con “Quelli che il calcio”. A Sky c’è una situazione molto avanzata, ma per l’intrattenimento c’è ancora molto da fare. Io ho fatto molta fatica, mi sembrava di essere tornato alle origini».
- Si è trovato a lavorare (col ruolo di spalla) anche con colleghe come Simona Ventura e Elisabetta Canalis. Con quale delle due è stato meglio?
«Con Simona direi. Ho lavorato molto bene con lei soprattutto “A quelli che il calcio” prima che entrassero a fare parte del suo lavoro anche i reality che io non amo. Con “L’isola dei famosi” ho dovuto ciucciarmi le paturnie di Antonella Elia e davvero non mi sono divertito. Insomma a un convegno sulla psicologia della Elia io non ci andrei»
- E poi?
«E poi anche con la Canalis. E’ una persona piena di spirito. Peccato che io sia arrivato prima di Clooney e lei non ha più potuto dimenticarmi».
- Ieri a Palau e oggi a Carbonia proporrà il monologo scritto a due mani con un autore sardo, Maurizio Zambroni: «Cose che mi sono capitate... ancora!»
«Sì ma non solo, proprio in Sardegna vorrei proporre quattro pezzi nuovi: “La famiglia allargata”, “Le indagini di Woodcock”, “Le truffe ai vip” e “La volta che sono andato al mare senza mia suocera”».
- Interessante. Ci può anticipare qualcosa?
«Certo che no. Non sono ancora arrivato in Sardegna».

Comico, cabarettista, conduttore, autore e attore. Nonché ex calciatore. Ne ha fatta di strada prima di riuscire a capire quale era la sua.
Primo di sei figli, per la sua famiglia (padre coraggioso sindacalista: «ha fatto scelte difficili per noi anche se non ci ha mai fatto mancare nulla») la sua decisione non sarà stata facile da digerire. «Ma no, perché proprio da mio padre ho imparato che la cosa più importante nella vita è fare ciò che si desidera e che si vuole fare. L’importante è fare le cose con passione e la mia passione era ed è quella di raccontare storie strampalate, e di scriverle anche».
- Lei in una intervista ha detto che quello del comico non è un mestiere ma una visione del mondo.
«Sì perché è un po’ come affrontare la vita sospendendo ogni forma di giudizio, con uno sguardo ironico e distaccato. Questo è un grande aiuto. Ti rasserena».
- Da come parla dà l’impressione di una persona saggia ma anche un po’ triste. Mon sarà affetto dalla malattia che colpisce un po’ tutti i comici?
«No, forse è la mia voce a dare questa impressione, perché sono un po’ stanco, ma no, a me invece piace ridere. E ridere non vuol dire non essere seri. Il fatto che la vita sia a volte un po’ tragica non vuol dire che non se ne possa ridere. Ma non si può farlo sempre e comunque se no un comico non sarebbe credibile».
- Certo è che ora con tutto quello che sta succedendo e, si teme, succederà, c’è davvero poco da ridere. Ad esempio, ora in un’Italia sull’orlo del baratro e con una crisi finanziaria senza precedenti, uno come lei che ha una visione critica sulle cose dove investe il suo cachet di ieri a Palau e di stasera a Carbonia? Si affida alle banche, si fida del governo, mette i soldi sotto il materasso. Cosa fa?
«Investo sui miei tre figli, compro loro una casa, penso al loro futuro. Adesso è questa la mia unica preoccupazione».
- Lei ha lavorato in teatro, nei cabaret, per la Rai, per Sky e Mediaset. Quali sono le differenze sostanziali e soprattutto come si fa a fare satira politica per le reti di Berlusconi. E’ ancora possibile?
«Le dirò, in Mediaset c’è una situazione davvero strana: capita che spesso i sottoposti siano più realisti del re».
- Succede anche altrove.
«Sì, lo so».
- E nelle altre situazioni invece?
«Ho lavorato molto bene in Rai con “Quelli che il calcio”. A Sky c’è una situazione molto avanzata, ma per l’intrattenimento c’è ancora molto da fare. Io ho fatto molta fatica, mi sembrava di essere tornato alle origini».
- Si è trovato a lavorare (col ruolo di spalla) anche con colleghe come Simona Ventura e Elisabetta Canalis. Con quale delle due è stato meglio?
«Con Simona direi. Ho lavorato molto bene con lei soprattutto “A quelli che il calcio” prima che entrassero a fare parte del suo lavoro anche i reality che io non amo. Con “L’isola dei famosi” ho dovuto ciucciarmi le paturnie di Antonella Elia e davvero non mi sono divertito. Insomma a un convegno sulla psicologia della Elia io non ci andrei»
- E poi?
«E poi anche con la Canalis. E’ una persona piena di spirito. Peccato che io sia arrivato prima di Clooney e lei non ha più potuto dimenticarmi».
- Ieri a Palau e oggi a Carbonia proporrà il monologo scritto a due mani con un autore sardo, Maurizio Zambroni: «Cose che mi sono capitate... ancora!»
«Sì ma non solo, proprio in Sardegna vorrei proporre quattro pezzi nuovi: “La famiglia allargata”, “Le indagini di Woodcock”, “Le truffe ai vip” e “La volta che sono andato al mare senza mia suocera”».
- Interessante. Ci può anticipare qualcosa?
«Certo che no. Non sono ancora arrivato in Sardegna».
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