La Nuova Sardegna

Dalla chiesa emerge un tesoro medievale

Tiziana Simula
Don Francesco Tamponi mostra l’antico calice
Don Francesco Tamponi mostra l’antico calice

La straordinaria scoperta di un calice del XII secolo nella parrocchia di San Gavino

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 MONTI. Un tesoro custodito inconsapevolmente per decenni, conservato insieme ad altri oggetti liturgici in cassaforte. Fino a qualche mese fa, quando è stato riscoperto per caso, con tutto il suo carico di secoli di storia: integro, prezioso, antico. Anzi, antichissimo. Perchè il calice ritrovato nella chiesa di San Gavino, risale all'età medievale sarda, ed è il più antico dell'isola.  Datato tra la fine del XII e la prima metà del XIII secolo, è il terzo calice conosciuto finora nel mondo, appartenente a quell'epoca: gli altri due, si trovano al Louvre e ad Assisi. Una scoperta straordinaria per la Chiesa sarda e per la comunità montina, orgogliosa di aver restituito alla storia dell'isola un pezzo delle sue radici più remote. Così come straordinaria è la coincidenza che in quest'angolo di Gallura conosciuto per essere la capitale del vermentino, sia stato ritrovato proprio un calice per il vino. «È una grande emozione tenerlo tra le mani», ha detto ieri raggiante don Francesco Tamponi, responsabile dell'Ufficio dei Beni ecclesiastici della Sardegna, mentre mostrava ai fedeli riuniti in chiesa, nel giorno delle celebrazioni per il santo patrono, il tesoro ritrovato. Già, perchè il calice è sempre stato lì, in parrocchia, ma nessuno ne conosceva il suo valore storico e artistico. Fino a quando, mesi fa, è stato tirato fuori dalla cassaforte per essere catalogato insieme al resto dell'arredo liturgico della chiesa, un inventario promosso dalla Cei e svolto dall'Ufficio regionale dei Beni ecclesiastici. A finire tra le mani dell'incaricato alla catalogazione Alessandro Tola, tra i vari oggetti, anche una pisside, contenitore per le ostie. Prezioso manufatto in argento che dopo accurati studi eseguiti da Alessandro Ponzeletti, si è rivelato essere in realtà un calice del XII secolo, in stile romanico, trasformato successivamente, intorno al 1.600, in pisside, modificando il profilo superiore della coppa, così da farvi combacciare il coperchio. Il calice - 12 centimetri di altezza, con l'interno dorato - è praticamente integro: coppa, piede e stelo risalgono all'età medievale. A confermarlo, vari elementi, tra i quali l'epigrafe incisa nella base, scritta con caratteri medievali, come ha spiegato Ponzeletti. Si legge "Gitimel presbiter fecit me facere calice istum", che tradotto suona così: Gitimel sacerdote fece fare me il qui presente calice. Gitimel era un nome proprio in uso nel Medioevo sardo, ed è il nome del prete che lo donò alla Chiesa.  Tra la comunità montina, l'entusiasmo per la scoperta è alle stelle: la Confraternita di San Gavino, si è presentata ieri in chiesa, in occasione della prima uscita del tesoro ritrovato, con indosso le magliette con la scritta "Calice di Monti, i primi in Sardegna". Il sindaco Emanuele Mutzu e il parroco don Luca Saba hanno fatto sapere che il "Calice di Monti", com'è stato, appunto, ribattezzato, sarà musealizzato in paese, d'intesa con la diocesi di Ozieri, a cui la parrocchia appartiene: sarà esposto in una teca sotto l'altare di San Giuseppe, così che tutti possano ammirarlo. «Contiamo di inserirci nelle tappe del turismo religioso e di sfruttare questo bene prezioso sotto il profilo turistico», ha detto il sindaco.

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