La Nuova Sardegna

Il legale Gianluca Aste incredulo per la fine della detenuta, venerdì scorso ha avuto l’ultimo colloquio con lei

L'avvocato: «Voleva vedere il pm»

L’avvocato Gianluca Aste, legale di fiducia di Monia Bellofiore
L’avvocato Gianluca Aste, legale di fiducia di Monia Bellofiore

L'imputata, dopo un mese di silenzio, aveva deciso di parlare con l'inquirente

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 CAGLIARI. L'avvocato Gianluca Aste ieri mattina era incredulo: «Avevo incontrato Monia Bellofiore venerdì scorso, apparentemente stava bene. Certo, era scossa per la morte della madre, voleva spiegare cos'era successo. Il tempo trascorso aveva fatto maturare in lei la convinzione che qualcosa dovesse essere spiegato, era arrivato il momento di andare a parlare col giudice».  «La confusione a poco a poco era sfumata. Debbo dire che non ho mai visto in lei segni di squilibrio che mi potessero far pensare a un gesto del genere, mi sarei allarmato io per primo. All'inizio - dice ancora il legale - oltre la confusione in lei c'era un grande abbattimento, proprio non ragionava». Con la madre aveva rapporti conflittuali: «Sì, ma si trattava di vicissitudini normali, legate alla tossicodipendenza, come le richieste di denaro». Stamani Aste andrà a trovare Giuseppe Oliva.  Ad Assemini è arrivata presto la notizia del suicidio di Monia Bellofiore. La donna aveva anche lavorato in Continente. Ottenuta una piccola pensione per invalidità, era tornata a vivere dalla madre e le occasioni di scontro si moltiplicavano. Anche il carattere di entrambe non aiutava: nessuna delle due poteva essere definita una persona remissiva. L'aver imposto a casa un marito tossicodipendente e senza lavoro aveva contribuito a peggiorare i rapporti fra le due donne. Ma in carcere sembra che la figura di Maria Irene Carta per Monia Bellofiore, a sua volta madre, avesse cominciato ad assumere connotati diversi. Il 4 novembre, quando era stata accompagnata in caserma dai carabinieri, aveva avuto un atteggiamento aspro. Come il marito, aveva negato ogni responsabilità nel delitto. In carcere l'omicidio di Maria Irene Carta era diventato, per l'accusata, la perdita di sua madre. E questo avrebbe cominciato a trasformarla: da un lato continuava a dire di essere innocente e dall'altro voleva chiarire i tanti lati oscuri della vicenda. Qualcosa, alla fine, l'ha schiacciata. Sicuramente a rendere più difficile il carcere è stata la schiavitù dalla droga.  Dal 2003 i tossicodipendenti che entrano in carcere, una volta che si dichiarano tali e che accettano il trattamento, possono contare su un'èquipe composta da un tossicologo, due psicologi e due infermieri del Sert (servizio per le tossicodipendenze dell'Asl 8) presente tutti i giorni a Buoncammino, più le visite e i trattamenti con specialisti esterni che fossero necessari. Anche il rischio di suicidio viene preso in considerazione. «Il rischio è più frequente nei primi mesi di detenzione - spiega il direttore del Sert dell'Asl 8, Anna Loi - e ci sono persone con problemi di tossicodipendenza, di patologie psichiatriche e con un vissuto che li rende più fragili, per questo si compie una valutazione anche del rischio di suicidio». (a.s.)
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