La Marina: «Non c'è un sottomarino davanti a Is Arenas»

I sub che per conto della Marina militare hanno prelevato campioni di roccia dove si pensava ci fosse un sommergibile affondato e coperto con una colata di cemento

Il docente di Geologia incaricato degli accertamenti: «Nessuna colata di cemento su un sottomarino. Quella è una formazione rocciosa naturale»

CAGLIARI. La Marina non ha dubbi: la sagoma che si trova davanti alla spiaggia di Is Arenas nell'Oristanese, a 620 metri dal promontorio di Capo Mannu, sotto dieci metri d'acqua, non è di un sommergibile. Non diventerà quindi un sacrario della Marina in onore dei militari morti durante una missione di guerra, non alimenterà più il sospetto che la copertura di pietra fosse in realtà cemento colato da qualcuno per nascondere verità inconfessabili in tempi di pace.

Ieri pomeriggio nella sede di Marisardegna il comandante regionale ammiraglio Gerald Talarico ha presentato le sue prove: una ricerca condotta nel novembre 2011 dal professor Sandro De Muro, ordinario di Geologia all'università di Cagliari, con la collaborazione del fotografo subacqueo Giampaolo Dore che ha documentato la presenza di una formazione rocciosa naturale le cui caratteristiche hanno suggerito l'ipotesi che sotto le concrezioni ci fossero resti di un sommergibile, forse quel Veniero II che lasciò il porto di Cagliari il 17 maggio 1942 per andare in missione alle Baleari e non fece mai ritorno.

Dalle cronache della Marina inglese si apprese poi che aerei di quell'aviazione avevano assaltato un sommergibile in emersione la mattina del 7 giugno 1942 nella zona dalla quale il Veniero aveva inviato l'ultima segnalazione. Mai fu ritrovato nelle numerose campagne di recupero condotte dalla Marina nei due anni successivi al 1945. Dunque De Muro ha dato conto di quel che ha analizzato. Un video ha mostrato la zona, la roccia, l'attività dei ricercatori che hanno scalpellato undici pezzi per esaminarli e stabilire di quale materiale fosse composta la formazione.
Poi, con una serie di slide che mostravano le analisi dei pezzi strappati al fondale e le condizioni geofisiche attraverso le quali in milioni di anni si modellano le rocce, De Muro ha «letto» il libro geologico della sagoma sottomarina davanti a Is Arenas. Le cavità che potevano essere scambiate per le tracce degli oblò, nella realtà presentata da De Muro sono «buchi» formati dall'erosione delle pietre spostate dal moto ondoso. Anche i pezzi del presunto portellone adagiato sul fondale «sono strati di roccia che hanno basculato». Sul «pinnacolo di roccia associato alla torretta del sommergibile - ha spiegato Demuro - si può affermare che si tratta di una formazione molto diversa dalle misure di una torretta del genere, alta 12 metri e che quindi, qui, sarebbe dovuta essere affiorante».

In sostanza, la roccia che ha attirato l'attenzione pubblica è un sedimento di materiali duri e materiali più teneri che quindi sono stati erosi, fino a 4, 5mila anni fa si trovava fuori dall'acqua e poi il mare l'ha ricoperta. In 9mila anni il mare è risalito di 50 metri (in tutta l'isola) «la morfologia della roccia conserva la memoria di quel periodo di emersione», dai campioni risulta che si tratta di rocce particellari oppure di «secrezioni biochimiche» su rocce da parte di organismi viventi. Per concludere, quel che si vede fuori e dentro il mare davanti allo stagno di Is Benas è «il prodotto dell'arretramento della falesia» dovuto all'erosione atmosferica e del moto ondoso. «L'impegno profuso dai reparti subacquei della Marina e dall'università per arrivare alla verità - ha spiegato l'ammiraglio Talarico - è dovuto al rispetto che la Marina militare ha per i marinai mai tornati del sommergibile Veniero II e per le loro famiglie». (a.s.)

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