Sul campanile per reclamare un futuro

Sassari, blitz al Duomo di due operai della Italcementi di Muros: l’azienda ha chiuso e la cassa integrazione sta per scadere

SASSARI. Se non potranno niente il prefetto, gli assessori regionali al Lavoro e all'Industria o il presidente della Repubblica, forse ci sarà qualcuno che almeno lassù li ascolterà. L'ultima clamorosa protesta - l'ennesima - di chi è costretto ad arrampicarsi su torri o ciminiere e a esporre striscioni sui tetti per reclamare un diritto sacrosanto come il lavoro, questa volta punta più in alto e cerca addirittura la consacrazione divina. È dal campanile del duomo di Sassari che ieri mattina due operai della Italcementi, l'azienda che a Muros, alle porte del capoluogo, fino a due anni fa produceva cemento di ottima qualità, hanno chiesto che la società civile e quella cristiana non si dimentichino di loro. Rimarranno lassù, a qualche decina di metri da terra a guardare i tetti della città e in lontananza il mare e le ciminiere del Petrolchimico di Porto Torres, fino a quando qualcuno non darà loro una risposta. «Siamo solidali con tutti i lavoratori in lotta – spiega Andrea Canu dal tetto del duomo – ma non c'è solo il Sulcis che soffre, ci siamo anche noi nel nord dell'isola». Dal tetto della cattedrale di Sassari i due operai chiedono una sola cosa: il lavoro che hanno perso quasi due anni fa.

La loro protesta pacifica è partita ieri mattina presto, quando i fedeli iniziavano ad avvicinarsi alla cattedrale di San Nicola per l'ultimo giorno di adorazione delle reliquie di Giovanni Paolo II. Ieri sera durante la messa solenne delle 19 il parroco del duomo, monsignor Dino Pittalis, ha chiesto ai tanti fedeli di pregare anche per loro. E loro, composti nel primo banco, hanno esposto uno striscione, lo stesso che per tutto il giorno i sassaresi hanno visto sventolare dal tetto della cattedrale. Poche parole, ma efficaci: “19 operai Italcementi attualmente cassintegrati a novembre saranno licenziati”. Ieri notte hanno portato una tenda e si sono accampati lassù in attesa di buone notizie.

Stamattina ci sarà un vertice a Cagliari tra i vertici della loro azienda, l'Italcementi e l'assessore regionale dell'industria Alessandra Zedda. Quello che aveva promesso un altro assessore, quello del Lavoro Antonello Liori, non c'è mai stato. «Lo avevamo incontrato ad agosto, ci aveva promesso che entro la prima settimana di settembre avrebbe parlato con i vertici dell'azienda – spiega Salvatore Muscas, l’altro operao sul tetto del duomo – ma non è successo nulla, così abbiamo deciso di salire quassù, chissà che almeno il Santo Padre ci dia una mano».

L'Italcementi da quasi due anni ha chiuso lo stabilimento di Scala di Giocca e ha messo i 19 dipendenti in cassintegrazione. Il protocollo d’intesa siglato tra l’azienda e la Regione, che prevedeva di utilizzare i dipendenti nell’impianto di Samatzai e nelle bonifiche del sito di Muros, sono rimasti sulla carta. Nel maggio 2010, lo stabilimento di Scala di Giocca ha chiuso, oggi gli operai guardano con preoccupazione alla data del 14 novembre, quando si troveranno in mobilità. I lavoratori hanno scritto anche al presidente della Repubblica e da Giorgio Napolitano attendono le risposte che nessuno finora è stato in grado di dare loro. "Non vogliamo assistenza. Vogliamo lavorare", hanno scritto in uno striscione altri operai dell'azienda. «Il 14 novembre – spiega Simone Testoni, rappresentante sindacale Ugl – scade la cassa integrazione e i lavoratori non hanno ancora ricevuto risposte circa la possibilità di un loro ricollocamento. Chiediamo il rispetto dei patti, chiediamo che sia garantito il diritto al lavoro».

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