Lottizzazione abusiva, 29 condanne

Porto Torres, il tribunale ha deciso che le case costruite sottoterra e i casotti di Lu Cappottu dovranno essere confiscati

SASSARI. A oltre dieci anni dalla prima pietra, gran parte di quei casotti in legno o lamiera, piccole dimore campestri di foggia artigianale, ma anche due ville perfettamente mimetizzate, sono state dichiarate abusive. E saranno confiscate e restituite al Comune di Porto Torres, se il verdetto emesso ieri sarà confermato fino alla Cassazione.

A Punta Lu Cappottu, zona agricola e vincolata, distante poco più di mezzo chilometro dal mare di Abbacurrente, trenta dei quaranta proprietari avevano realizzato una lottizzazione abusiva. Cioè avevano tirato su capanni e impiantato baracche rifinite in un’area di 10 ettari, che però era completa di strade, fogne, impianti elettrici. Come da giurisprudenza consolidata, qualsiasi struttura stabile posata in uno spazio del genere, privo di piano di lottizzazione, fa scattare sequestri e, in caso di condanna, confische. È quanto accaduto ieri con la sentenza del giudice di Sassari, Marina Capitta, per alcuni dei 40 imputati.

In 29 sono stati condannati a 8 mesi di arresto (pena sospesa) e 20mila euro di multa per il reato non prescritto, quello di lottizzazione abusiva. Il decorso del tempo invece ha spazzato via le violazioni urbanistiche, cioè l’aver costruito in zona destinata solo all’agricoltura, e quelle paesaggistiche, perché l’area è vincolata da disposizioni del piano regolatore di Porto Torres. Ma la prescrizione, nella materia edilizia, non consente agli imputati alcuna esultanza. Perché se questo verdetto di colpevolezza viene confermato nei successivi gradi di giudizio, quel terreno comperato e in parte intaccato da opera illegittime, si perde: viene confiscato. Nel dispositivo il giudice ha già stabilito a chi dovranno andare alcuni dei lotti sequestrati nel 2008: diventeranno patrimonio del Comune, quando la Cassazione, ovviamente, pronuncerà l’ultima parola.

La storia di “Lu Cappottu” è simile a quella di tanti pezzi di Sardegna sottratti alla tutela e alle colture, magari per accarezzare il sogno della villetta vista mare o campagna. In questo caso, però, di ville ce ne sono poche ed erano state furbescamente interrate dal lato più esposto, ma poi stanate dal Corpo forestale nel 2008 (quando scattarono i sigilli). Troppo evidente quel serbatoio azzurro-mare e la parabola per sfuggire allo sguardo degli investigatori, coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Porcheddu. Il resto sono «capanni, depositi agricoli», ha assicurato durante la sua arringa uno dei difensori, Pierluigi Carta, che assiste gli imputati con gli avvocati Paolo Spano e Mariano Mameli.

Fino al 2000, quella era ancora terra da arare, prima che - il 14 giugno - i proprietari dell’area formalizzassero la divisione davanti a due notai. Secondo le indagini, per caratteristiche, numero, ubicazione e dimensione, quei 19 lotti, da 5mila metri quadri ciascuno, erano stati disegnati proprio per realizzare opere proibite. Ma nessuno si preoccupò di chiedere il nulla osta dell'Ufficio tutela del Paesaggio o la licenza al Comune.

Per questo sono stati condannati Costantino Demuru, Emanuela Deriu, Gian Mario Doneddu, Patrizia Careddu, Giuseppe Serra, Francesca Pilo, Giovanni Errico, Maria Carmela Zara, Pietro Bassetta, Maria Fadda, Francesca Bassetta, Raimondo Zanda, Luigi Piras, Salvatore Amoroso, Giorgina Serra, Antonio Usai, Assunta Piu, Vittoria Bassetta, Giovanni Demuro, Antonio Bazzoni, Salvatore Bazzoni, Pietro Piras, Giuseppe Piras, Gavina Piras, Aldo Lamberto Cermelli, Antonello Dessì, Alfonso Congiu, Rita Falchi, Alberto Cermelli.

Sollevati da qualsiasi responsabilità, invece, altri dieci proprietari: Giacomo Salaris, Maria Laura Derrù, Giuseppe Cau, Gian Luigi Fiorentino, Monica Grezza, Luca Azzarelli, Christian Azzarelli, Maurizio Colopristi, sono stati assolti per non aver commesso il fatto. Avevano solo un fazzoletto di terra e lo coltivavano per hobby, ma non ci hanno costruito alcunché. Assolti perché il fatto non costituisce reato Luigino Nonna e Nina Putzolu; reato estinto per morte del reo per Angelica Sechi. In arringa, l’avvocato Carta si è chiesto come mai, se chi, all’atto del frazionamento ignorava di commettere un reato, «i pubblici ufficiali che certificarono la divisione, invece, non sono imputati».

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