«Femminicidio, morbo violento da combattere»

Michela Murgia parla del suo ultimo lavoro, scritto con la giornalista Loredana Lipperini

Femminicidio è dolore e morte. Ma le tante storie personali delle donne vittime della violenza diventano anche il territorio su cui si scontrano le opinioni, i luoghi comuni della sociologia da salotto – o da bar –, il racconto della cronaca ad effetto, le prese di posizione inamovibili e una mentalità arcaica che trova nella moderna società dei consumi ragioni contorte per continuare a schiacciare le donne, i deboli e i marginali. Per quanto si cerchi ancora di raccontarli come casi singoli di follia, i femminicidi appaiono sempre più chiaramente come un fenomeno culturale, il loro numero nel nostro paese parla chiaro. Mentre si continua a minimizzare, le parole hanno un peso enorme e ancora troppo poco considerato da chi ha la responsabilità di raccontare pubblicamente questi difficili rapporti tra uomini e donne.

Michela Murgia e la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini nel libro "L'ho uccisa perché l'amavo. Falso!" (Laterza, 104 pagine, 9 euro) smontano i luoghi comuni più pervicaci, utilizzando il sistema della confutazione messo a punto nella collana “Idòla” di Laterza per controbattere, argomento per argomento, anche altre frasi fatte e argomenti stantii. Michela Murgia è sempre stata attiva nella battaglia sulla parità e contro la violenza sulle donne.

Da "delitto d'onore" a "delitto passionale" fino al femminicidio, le parole sono importanti?

«Le parole, quando a crederci sono tante persone, hanno il potere di creare la realtà o di modificarla radicalmente. Questo è vero nel bene e nel male, ma nel caso dei femminicidi è vero soprattutto nel male. La semplificazione del linguaggio giornalistico - con pochissime eccezioni che ancora non fanno regola - continua a costruire un racconto pubblico dove gli uomini uccidono per amore e dove le donne muoiono per aver osato abbandonarli. Le scene del delitto sono quinte di teatro dove va in scena il dramma della gelosia. Nei titoli la morte delle donne è sempre collegata alle loro decisioni di autonomia, come se la causa di più 150 donne uccide all'anno fossero le loro scelte e non la volontà di chi le ha uccise».

Cosa dicono i numeri, è sempre successo solo che se ne parla di più?

«È sempre successo, ma in Italia è difficile quantificare in che misura, perché le morti delle donne fino a pochi anni fa non sono mai state contate separatamente. Questo conteggio ancora oggi è volontaristico e impreciso, basato sui fatti di cronaca e tenuto dalle associazioni delle donne contro la violenza. Esistono fortissime pressioni culturali perché le morti delle donne non vengano contate a parte nel numero totale degli omicidi, ma invece è molto importante farlo: solo in questo modo si può vedere che - mentre il numero totale dei delitti diminuisce - quelli sulle donne sono in crescita e rappresentano un fenomeno specifico».

Il "racconto" del delitto delle donne, l'amore, la violenza compare spesso nella tradizione letteraria e artistica?

«Abbiamo un immaginario patriarcale che anche dal punto di vista artistico è stato totalmente costruito sul ruolo dominante del maschio predatore e sulla donna sottomessa e vittimizzata. In questa concezione la donna va protetta oppure predata, perché appartiene a qualcuno oppure perché non appartiene ancora a nessuno; l'idea che una donna sia persona e quindi appartenga solo a sè è un concetto che ancora fatica ad affermarsi dopo decenni di letteratura, musica e pittura che ci hanno detto il contrario. Nel nostro immaginario il ratto di Proserpina è molto più presente della Giuditta di Artemisia Gentileschi».

Ma la gelosia è una malattia?

«Se lo è, è una malattia culturale. I bambini sono gelosi delle loro cose, ma gli adulti dovrebbero aver imparato che le persone non sono oggetti e non ci si può relazionare a loro in termini di possesso. Se vogliamo vederla in senso patologico, la gelosia è un ritardo cognitivo, una disabilità relazionale che rende inabili ai rapporti maturi e responsabili, con conseguenze tragiche: il bambino privato del suo giocattolo piange, l'uomo uccide».

Perché i femminicidi sono diversi da tutti gli altri omicidi?

«Perché la causa scatenante del femminicidio è nel rapporto di potere tra i sessi: le donne morte non possono più dire "no". Rifiutarsi di considerare questo significa non accettare l'idea che quel numero di morti ogni anno possa diminuire se cambia la cultura».

Armonia o parità, l'uguaglianza distrugge il "naturale" equilibrio?

«Non esiste un naturale equilibrio tra i sessi. In natura il forte sovrasta il debole e l'aggressivo divora il mite; se questa fosse una regola per l'umanità, avrebbero avuto ragione i nazisti a sopprimere i disabili e gli anziani, come fanno i leoni e le termiti, incapaci di concepire elementi deboli nelle loro società gerarchiche. Siamo umani, non animali, e tra gli umani le culture democratiche che nascono dalla migliore eredità dell'umanesimo dovrebbero farsi un vanto di aver superato le leggi di natura con le leggi di cultura. Rivendicare il primato della natura e dell'istinto per giustificare la disuguaglianza di dignità tra i sessi è una delle maggiori vergogne intellettuali del nostro secolo».

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