Sos dei magistrati «Allarme mafia»

Con i detenuti al 41 bis alto il rischio d’infiltrazioni nell’isola «Prevenire con la Corte d’appello autonoma a Sassari»

SASSARI. Gomorra alle porte delle nuove carceri. «Con l'arrivo in Sardegna dei detenuti sottoposti al regime del 41 bis c'è il forte pericolo d'infiltrazioni della criminalità organizzata». A lanciare l’allarme sono i magistrati impegnati sul fronte antimafia nel centro-nord dell'isola: «Attenzione – dicono – si rischiano pesantissime conseguenze». Che fare, allora? «Solo attraverso indagini preventive si riuscirà a bloccare organizzazioni come Cosa Nostra, Camorra e 'Ndrangheta _ sostengono _ Ma per attuare queste strategie bisogna dare autonomia alla sezione staccata della Corte d'appello di Sassari: così, a costi zero, si potrà combattere una lotta che si annuncia molto difficile».

E se a dirlo non è il solito politico in campagna elettorale permanente ma gli operatori della giustizia, c'è davvero da essere preoccupati. Già, perché a denunciare per la prima volta in termini tanto chiari e scoperti un fenomeno così grave sono alcuni tra gli inquirenti più esperti. E qui si parla d'inchieste sul riciclaggio di denaro sporco, sulle ramificazioni mafiose nelle aziende sarde in difficoltà, sui tentativi delle gang emergenti di controllare vasti contesti economici dell'isola. Un problema nel problema, quest'ultimo: è la stessa articolazione geografica di ampie regioni che vanno da Alghero e Stintino sino alla Gallura, toccando le aree settentrionali della provincia di Nuoro, a suggerire metodi investigativi che vedano ovunque la presenza costante di uomini della polizia giudiziaria specialisti nei controlli, negli accertamenti, nella repressione.

Procedure. Tra i più convinti sull'urgenza di risposte adeguate, a Sassari, è l'avvocato generale della Repubblica Claudio Lo Curto, che ha lavorato sul versante della battaglia contro Cosa Nostra a Caltanissetta e nel Trapanese. In seguito ha operato prima in Ogliastra e poi, come capo della Procura generale a Sassari, e con competenze per tutto il Nord e il Centro Sardegna. Oggi parla quindi per esperienza diretta. E spiega: «Se si rendesse autonoma l'attuale sezione di Corte d'appello, il beneficio immediato sarebbe la creazione a Sassari della Procura distrettuale competente per le indagini su criminalità organizzata, sequestri e altri gravi reati. La sua presenza in loco, e quella parallela delle forze dell'ordine, porterebbe a un più diretto controllo di tutte le zone a forte pericolo di contaminazione dopo l'apertura del carcere di Bancali. E questo senza nuove spese di alcun genere. Anzi, ci sarebbero risparmi: perché la nostra sezione è già dimensionata per pianta organica di magistrati e personale amministrativo come una vera Corte d'appello di media caratura, più grande cioè di altre che in Italia hanno minori carichi di attività».

Si dice sicuro dei futuri vantaggi della possibile svolta Mariano Brianda, sempre a Sassari presidente della sezione penale della Corte d'appello. Che osserva: «Una sede distaccata simile alla nostra di solito funziona come esperimento di breve durata. Da noi, invece, la situazione va avanti da 20 anni: caso unico a livello nazionale. E mai come in questi momenti si sente invece l'esigenza di reagire rispetto alle potenziali minacce della criminalità. Con squadre di polizia giudiziaria dislocate stabilmente sui territori e una più immediata, diretta costanza di rapporti, che ora sono a volte resi ostici dalle difficoltà logistiche imposte dalle lunghe trasferte a Cagliari da parte degli investigatori che solitamente operano in Gallura, nel Sassarese e nel Nuorese».

I precedenti. Non appena in cella arriveranno i primi boss sottoposti al regime carcerario più duro, comunque, saranno guai. Non ci sono ancora date precise, tanto per Bancali quanto per Uta (che dovrebbe aprire i battenti solo all'inizio del prossimo anno), ma il perché dell'emergenza è evidente. «I familiari e i personaggi che in genere li accompagnano ai colloqui non sbarcano da un aereo mezz'ora prima e se ne vanno mezz'ora dopo _ si lascia scappare un ex sottufficiale dei carabinieri che a suo tempo ha monitorato la posizione di Luciano Liggio che chiedeva la semilibertà da Badu 'e carros _ No, questi arrivano qui dieci giorni prima e ripartono dieci giorni dopo. O ci siamo dimenticati di che cosa succedeva quando Raffaele Cutolo era all'Asinara negli anni '80?».

Timori. Le ragioni ancora più tecniche collegate a certi rischi le chiarisce lo stesso Lo Curto: «Le modalità d'infiltrazione sono note e collaudate, a partire dalle ricadute negative che ebbe l'obbligo di soggiorno in località lontanissime da quelle di dimora e che determinò in regioni del Nord Italia l'esportazione del fenomeno mafioso. Gli effetti furono così devastanti che nel 1988 il parlamento dispose che quell'obbligo coincidesse solo col luogo di abituale dimora». Non a caso, negli stessi anni, s'instaurarono legami per lo spaccio della droga tra la malavita locale e gli Stiddari al "confino" nel Sulcis.

«Ma venendo al 41 bis _ prosegue l'avvocato generale _ è estremamente probabile il rischio che la visita ai detenuti possa essere strumentale. Infatti, prima e dopo i colloqui, con possibilità di mascherare gli spostamenti durante la stagione turistica, i personaggi che accompagnano i parenti si tratterrebbero per molto più del necessario. Lo scopo? Studiare il territorio, sondare la sua permeabilità criminale, stringere rapporti di conoscenza che sarebbero poi pronti a intensificare con chi ha disponibilità economiche o potere d' influenza». «Contemporaneamente le stesse persone potrebbero attivare contatti con titolari di imprese, aziende, esercizi in difficoltà _ prosegue Lo Curto _ Chiaro lo scopo: prospettare la "protezione" e un sostegno ingannevole: aiuti che il più delle volte equivalgono a ingenti prestiti di capitale con tassi elevatissimi. Una situazione che a lungo termine, a causa dell'impossibilità di fare fronte alla restituzione, si tradurrebbe nel trasferimento di fatto dell'azienda nelle mani del malavitoso».

«Tutto ciò non si realizza in un giorno, ma si protrae con scansioni coincidenti con l'accompagnamento dei familiari del recluso, permettendo quindi un'intrusione sempre più capillare _ conclude il magistrato _ È inoltre facile prevedere che la criminalità di tipo mafioso sarà portata a operare in Sardegna , soprattutto in zone come la Gallura dov'è maggiore la disponibilità di ricchezza: né più né meno come nelle altre regioni».

Sistemi fragili. «Le infiltrazioni nel tessuto sociale potrebbero poi mirare a obiettivi più elevati, magari seguendo canoni rodati come il controllo degli appalti nella pubblica amministrazione e la sistematica imposizione del pizzo ai commercianti», spiega il giudice Brianda. Il quale ricorda che «in un contesto economico debole nessuna impresa può dirsi al riparo da quest'eventualità». E sostiene che, per questi stessi motivi, «non possiamo permetterci di abbassare la guardia».

Barbagia. D'accordo sulla necessità della svolta il procuratore della Repubblica di Nuoro. «Per le esigenze d'indagine avere la Dda a Sassari consentirebbe un utilizzo più razionale ed efficace della polizia giudiziaria», osserva Andrea Garau. «E per capirlo _ aggiunge _ basta pensare a che cosa significa oggi organizzare da Cagliari missioni in certe aree del centro Sardegna e addirittura a Olbia o alla Maddalena».

«In definitiva, l'autonomia della Corte d'appello a Sassari darebbe l'opportunità di un raccordo più organico e funzionale, permettendo perfino risparmi nel funzionamento della macchina giudiziaria», osserva il magistrato, che conosce bene la realtà del Nord Sardegna per averci lavorato a lungo in passato.

«Ed è evidente alla fine come, di fronte all'arrivo dei detenuti “al 41 bis”, tutte le misure di prevenzione debbano essere prese in considerazione, a cominciare da quelle patrimoniali, le più efficaci in assoluto visto il timore che le cosche hanno di perdere i loro mezzi finanziari d'azione», afferma in conclusione il procuratore della Repubblica di Nuoro.

Prospettive. Quadro a tinte fosche, dunque, se non saranno posti rimedi adeguati e immediati. Con Gomorra alle porte vengono in mente le parole pronunciate da Beppe Pisanu, sino a pochi mesi fa presidente della Commissione parlamentare antimafia, a un convegno sulle norme antiriciclaggio: «Anche la Sardegna è a rischio: ha già subito intrusioni mafiose, italiane e straniere, sulle quali occorre tenere gli occhi quanto più aperti possibile. L’isola è sana, ma non è inviolabile. Guai a noi se sottovalutassimo questi pericoli: l'insediamento della criminalità organizzata costituirebbe una minaccia permanente alla convivenza civile, un ostacolo enorme al nostro progresso».

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