L’arrivo nel 1982 come un pioniere nel West «Ogni pastore ci regalò una pecora»

«Siamo arrivati a S'Aspru il 22 maggio del 1982, festa di Santa Rita da Cascia, io e sei ragazzi provenienti da San Mauro. La nostra intenzione era chiara e ferma: non muoverci da qui»: il racconto...

«Siamo arrivati a S'Aspru il 22 maggio del 1982, festa di Santa Rita da Cascia, io e sei ragazzi provenienti da San Mauro. La nostra intenzione era chiara e ferma: non muoverci da qui»: il racconto del frate dei miracoli somiglia alla narrazione di un pioniere del West. «Avevamo le brandine, il camino e il frigorifero. La casa era in uno stato pietoso. Mancava anche l'acqua e come prima cosa abbiamo ripulito la sorgente. Per le pulizie personali andavamo al convento dei benedettini di San Pietro di Sorres». Si sparge la voce dei ragazzi intenzionati ad allevare bestiame, e i pastori dei dintorni non si fanno pregare. «Ogni pastore ci regalò una pecora, qualcuno due. Dopo venti giorni avevamo 105 pecore. I monaci di San Pietro ci diedero tre maiali. La nostra forza era duplice, le componenti principali erano la semplicità e l'entusiasmo». Purtroppo, però, esisteva un punctum dolens: l'ostilità dei silighesi. Padre Morittu la definisce «dolorosa e imbarazzante» perché basata sul pregiudizio e sulla paura. «Forse gli amministratori avrebbero voluto insediarsi qui con qualche loro intrapresa. Così sembrava e l'arcivescovo di Sassari non era contrario, alla prima richiesta aveva risposto con un “nì”: né no né sì. Il paese si chiedeva: come vivremo noi con i drogati accanto? Non esistevano precedenti». A poco a poco, tuttavia, l'ostilità iniziale inizia a farsi meno intransigente. Il merito? «Dei pastori della zona che parlavano bene di noi. In realtà non disturbavamo nessuno. Ma l'aiuto più inatteso ci venne da Giovanni Berlinguer, fratello di Enrico. A Sassari, in un convegno, ci difese dalle critiche di Gianni Rassu, allora presidente della Pro loco di Siligo e successivamente sindaco del paese. Intanto io nelle processioni davo una mano al parroco don Villa, che era malato, e anche questo aveva il suo peso nel giudizio della gente». I ragazzi della piccola comunità vivevano e lavoravano con ritmi naturali. «Era la mia visione terapeutica in una vita sana di campagna, forse funzionavano in me gli archetipi infantili di un figlio di pastore». Un ruolo determinante lo svolge l'ormai mitico Angheleddu Nurra, contadino e pastore di Siligo. «Angheleddu aveva un sogno: essere protagonista, figura guida di un'azienda. Per ben 23 anni è stato il nostro maestro, ad iniziare dal miglioramento della razza delle pecore». Nel frattempo l'ostilità dei silighesi si era trasformata in solidarietà e da Sassari erano sempre più frequenti gli arrivi di gente che diventava amica e benefattrice.

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