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Il vescovo Piseddu: tre viaggi dei Papi in Sardegna, tre prove d’amore

di Mario Girau
Il vescovo Piseddu: tre viaggi dei Papi in Sardegna, tre prove d’amore

Parla il vescovo di Lanusei, sempre “in servizio” durante le accoglienze per Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI

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CAGLIARI. Monsignor Antioco Piseddu, da 32 anni vescovo di Lanusei, è l'unico presule sardo, "in servizio" o emerito, che ha vissuto nella "stanza dei bottoni" l'arrivo dei pontefici in Sardegna. Testimone privilegiato delle grandi attese, dei programmi, degli impegni e delle speranze. «Ricordo con grande emozione - dice oggi - la visita di Paolo VI a Cagliari, il 24 aprile del 1970. Era il primo Papa che veniva in Sardegna nei tempi moderni, si sentiva l'importanza storica dell'evento. Lo vedevamo come un dono della Madonna nel VI Centenario di Bonaria. L'isola sarebbe salita alla ribalta dell'interesse mondiale e avevamo la responsabilità di presentarla nel migliore dei modi. Come segretario del cardinale Baggio, fui subito impegnato nella preparazione remota, da fare nel più assoluto segreto sino alla data dell'annuncio ufficiale».

Quali i motivi della visita, a lungo pensata, ma annunciata solo 24 giorni prima?

«Il cardinale era amico da sempre di Montini. Li legava una grande stima reciproca. Si diceva anzi, che il Papa, l’avesse mandato a Cagliari per arricchire la sua esperienza con la pastorale diocesana diretta, in vista di altri traguardi più alti: dopo Cagliari infatti Baggio fu prefetto della Congregazione per i Vescovi, considerato tra i papabili».

E poi?

«Paolo VI voleva venerare la Madonna di Bonaria. Ma anche di dare un gesto di affetto e considerazione ai sardi, partecipare ai gravi problemi economici e sociali con messaggi d’incoraggiamento e speranza. C’era infine l'incontro, a livello mondiale, con le genti del mare dai quali la Madonna di Bonaria era invocata come protettrice dei naviganti».

Il programma della visita manifestava questi intendimenti?

«Certo. Il centro della giornata doveva essere la celebrazione davanti alla basilica. Nell'omelia il Papa arricchì la teologia mariana della chiesa con toccanti espressioni riportate, da allora, nei libri di teologia. Disse tra l'altro: "Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani"».

Altro punto basilare della visita: l'incontro coi poveri.

«Così fu. Era stata scelta la borgata di Sant'Elia, simbolo del malessere della città e dell'intera Sardegna. Nella piazza antistante la chiesa, il Papa venne accolto con un calore straordinario e gesti di grande affetto. E volle incontrare, nella sua umile casa popolare, a un ciabattino, disoccupato, con la moglie malata e numerosi figli. In quella sera visitò anche i malati alla Fiera, coi sacerdoti nel Seminario. Fu molto impressionato dal calore e dalla spontaneità dell'accoglienza».

Con quale argomentazione il cardinale Baggio "portò" il Papa in Sardegna?

«La necessità dell'isola di essere incoraggiata nel cammino di fede e progresso. Questo si ottenne. Tra l'altro, in quel 1970, la squadra del Cagliari vinse lo scudetto».

Le sue emozioni di giovane sacerdote?

«Ebbi chiara la sensazione della grandezza della Chiesa e della sua bellezza. Passata la stanchezza, rimase la gioia di essere chiamato a servirla, rendendola ancora più grande e bella».

Nel 1985, lei era vescovo da 4 anni: che ricorda dell’arrivo di Giovanni Paolo II?

«Anche lui rimase impressionato dalla spontanea calorosa accoglienza dei sardi. Più tardi riparlò diverse volte dell'incontro coi minatori del Sulcis e della messa a Bonaria, davanti a una folla di 140mila fedeli. Bellissimo l'incontro coi giovani nel largo Carlo Felice: ne aspettavamo 10mila, ce n’erano 50mila. Ripenso con commozione al Papa, col foulard giallo preparato per l'evento, mentre lo sventolava sorridente salutando tutti quei ragazzi. La Sardegna visse un altro bagno di grazia».

Settembre 2008: Benedetto XVI - papa teologo e pastore – a Cagliari. Quale di questi aspetti è apparso più evidente in quella visita?

«Direi tutti e tre nei vari momenti della giornata. All'insegna della essenzialità e sobrietà dei segni come era nel suo stile, ma immerso nel clima caldo e accogliente creato dai sardi».

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