Pinuccio Sciola: «Ascoltare le pietre, capire l’infinito»

Le opere dello scultore esposte a Firenze. Un progetto cominciato ad Assisi e Padova

FIRENZE. L'itinerario francescano di Pinuccio Sciola iniziato ad Assisi e proseguito a Padova nella cappella degli Scrovegni si conclude in questi giorni nella basilica di Santa Croce a Firenze. In questi luoghi l'artista di San Sperate ha disseminato le sue pietre e i suoi semi di pace. Opere a cui si può attribuire un senso attraverso i titoli evocativi, una manifestazione di pace e una testimonianza di fede attraverso la didascalia del simbolo.

La verità è che queste pietre parlano di un'essenza che va oltre l'oggi e l'umano. «Esistono da prima e prima ancora – dice l'artista – da prima della creazione, se è vero che l'universo è stato creato da un suono, come ci dice la Genesi, la pietra che produce la vibrazione viene prima del suono. E il suono contenuto dalle pietre ha attraversato le ere, è conservato all'interno di questa materia che pare ferma e priva di vita, e invece si rivela sonora. Dentro la pietra chiusa e oscura è richiusa anche la luce». Suonarla è un gesto considerato da Gillo Dorfles «l'equivalente d'un evento sacro». Concetti ribaditi dal discorso che l'assessore alla cultura di Firenze il filosofo Sergio Giovone ha tenuto all'inaugurazione a Santa Croce.

Il ragazzo di pianura

Questa sacralità porta l'opera di Sciola nella corrente dell'arte contemporanea che non guarda all'attualità e al mondo, ai suoi simboli e idoli che critica o adora, ma piuttosto all'immanenza della natura, che non ha un inizio o una fine ma viene «prima e prima ancora» come ripete l'artista. «Ero un ragazzo di pianura che guardava le montagne di pietra, io sono nato dalla pietra. A San Sperate le cercavo per scoprirne il suono, attraverso loro volevo ascoltare il canto delle montagne lontane all'orizzonte – racconta lo scultore – . La Sardegna è un isola di pietra e nell'isola ho imparato che ogni elemento della natura è sacro e che la pietra è viva».

L'immaterialità del suono è la vera protagonista della sua arte di oggi, perché l'oggetto scultura vive per produrlo, le sue connotazioni estetiche, le profonde incisioni, le linee parallele o intersecanti, sono una conseguenza di questa funzione primaria; suonare. La produzione dell'oggetto, della scultura icona è, in questo caso, superata dalla scoperta della vibrazione insita e già contenuta nella pietra e trovata “per via di togliere” anche in questo caso.

Il tempo è meraviglia

«Tutta la nostra tecnologia ha la pietra come elemento fondamentale, a partire dal silicio – dice Sciola – questo è importante perché l'uomo, che nasce implume e solo, abbandonato nel mondo, come primo gesto scava con le unghie la pietra per ritornare dentro la madre terra. E così che io esploravo e sentivo dentro la pietra questa memoria del tempo».

Il tempo è un altro grande protagonista dell'epos dello scultore «Ero un ragazzo con solo una giacchetta e una borsa di studio a Firenze negli anni '60, e l'inverno qui è duro – racconta – mi fermavo nella chiesa del Carmine per far visita a Masaccio, i suoi apostoli vestiti dai panneggi pesanti, pieni di storia… me li sentivo addosso quei panni e mi scaldavano. Sono tornato molti anni dopo, quelle vesti erano nuove e splendenti gli avevano tolto tutto il tempo. Ero molto dispiaciuto, il tempo è una cosa meravigliosa, è muto, dargli voce è compito dell'artista».

Qual è il compito dell'arte, quindi per Pinuccio Sciola? «L'arte e l'opera che trasmette l'emozione, anche un sorriso può provocare la stessa cosa. Ma come per Goya un artista è anche cronista e profeta, vive il suo tempo e attinge dal suo mondo. Ma spesso oggi diventa non un generatore di emozioni ma un produttore di oggetti, a Salisburgo incontrai un pittore imprigionato da un contratto capestro che gli imponeva la produzione di un solo tipo di opere che raccoglievano il gradimento del pubblico, una tortura. Oggi sento la mancanza della voce degli artisti che non raccontano queste centinaia di vite sparite nel mare, il mondo è egoista e governato dal dio denaro».

Momento indimenticabile in questi giorni a Firenze davanti alla tomba di Michelangelo.

Davanti a Michelangelo

«Abbiamo fatto una piccola processione con gli organizzatori, per portare le pietre e un piccolo tavolino di legno – racconta l'artista – ci tenevo davvero tanto. C'è la storia della rabbia di Michelangelo verso il suo Mosè il suo grido “perché non parli!“, anche lui cercava il suono del marmo quindi. Penso che non lo trovasse perché la pietra va accarezzata con dolcezza senza rabbia. Ho suonato con l'archetto per avere i suoni più dolci da dedicare al grande maestro». La basilica piena del cicaleccio dei turisti si è zittita di colpo, lentamente la gente si è avvicinata per assistere a un concerto davvero unico, una melodia uomo e pietra per rappresentare la chiusura della lotta con il marmo del maestro del Rinascimento.

Al termine l’emozione della presidente dell’Opera di Santa Croce, Stefania Fustagni: «Non vorrei profanare questo silenzio ma vorrei significare che queste basiliche non raccolgono solo arte ma continuano a produrla, grazie maestro per questo grande regalo».

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