La Nuova Sardegna

Quando il poeta racconta: “Questa libertà” di Cappello

di Silvia Lutzoni
Quando il poeta racconta: “Questa libertà” di Cappello

L’autore alla prova della narrativa dopo l’edizione della sua raccolta di poesie Non solo autobiografia ma il viaggio attraverso l’ossessione della scrittura

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di Silvia Lutzoni

Mettere un poeta al banco di prova della scrittura narrativa può essere un’operazione rischiosa e dall’esito quanto mai incerto. Accade però, talvolta, che alcuni poeti riescano a ritrovare proprio nella narrativa una voce quasi altrettanto capace di far fronte all’indicibilità dell’esperienza personale, una voce nella quale la lingua è rimodulata in modo tale che il testo non ne risulti sovrastato. Ciò può senza dubbio dirsi di “Questa libertà” (173 pagine, 16,00 euro), il singolare romanzo di Pierluigi Cappello appena mandato in libreria da Rizzoli in concomitanza con l’uscita dell’ultima delle sue raccolte di poesie intitolata “Azzurro elementare”. Cappello, fra i maggiori poeti contemporanei, è nato a Gemona del Friuli nel 1967 ed è autore di numerose raccolte, tra le quali ricordiamo “Dittico” (Dogliani 2004), premio Montale Europa, “Assetto di volo” (Crocetti 2006), premio Bagutta nel 2007 e “Mandate a dire all’imperatore” (Crocetti 2010), premiato con il Viareggio Repaci nel 2010. Non è facile stabilire di che libro si tratti: è chiaro però che “Questa libertà” non è semplicemente un romanzo autobiografico, seppure numerosissimi sono nel testo i riferimenti alla storia personale di Cappello: si pensi in primo luogo al Friuli degli anni Settanta e Ottanta, straziato dal terremoto del 1976, povero e isolato, dove il poeta è nato e cresciuto; la paralisi che costringe il protagonista sulla sedia a rotelle dall’età di sedici anni in seguito a un incidente in motocicletta; l’impegno nella scrittura e il lavoro sui manoscritti che quotidianamente si depositano sulla sua scrivania. Si tratta, invece, del documento di una prassi creativa e di un’ossessione per la scrittura del quale il protagonista prende coscienza già nell’infanzia, e che definisce come il «tentativo patetico quanto ostinato di riavvicinare i lembi» di quella «faglia di precarietà» apertasi proprio con il terremoto; ma si tratta anche della testimonianza di una faticosissima riconciliazione con un corpo martoriato e con la vita stessa, una riconciliazione avvenuta indubbiamente grazie a una «potente forza biologica», ma per la quale molto ha contato l’apporto dei libri e di quelle parole che, se hai la fortuna che ti vengano incontro, dice il narratore, sciolgono il «nodo del male in una forma desolata di serenità che ti accompagna per il resto della vita». Quelle parole che «servono anche a far chiarezza, prima di tutto in chi le scrive», parole attraverso le quali il narratore racconta di sé, sostiene, per raccontare di cose senza corpo, quando è vero, ne è convinto, che «Ci sono parole senza corpo e parole con il corpo. Libertà è una parola senza corpo».

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