Novità nella storia delle “staffette”
Il termine entra nel gergo politico con il patto (poi saltato) fra Craxi e De Mita
ROMA. Silurati sottobanco, affondati da congiure di palazzo, sfiduciati in Parlamento per un pugno di voti, ma mai decapitati da un organo del partito che esprime il presidente del Consiglio. Quel benservito di ieri della direzione Pd a Enrico Letta è una primizia assoluta nella storia della Repubblica. Mai un partito ha detto al proprio premier che si deve fare da parte perché ha fallito. In qualche modo, con Matteo Renzi, irrompe nel paludato mondo dei palazzi romani il decisionismo di una nuova generazione.
Staffetta sarà, dunque. Ma non come quando questa parola diventa famosa nel gergo politico italiano. “Il patto della staffetta” viene siglato infatti nelle segrete stanze di un convento di suore a Roma, sull’Appia Antica, tra l’allora premier Bettino Craxi, segretario del Psi, e Ciriaco De Mita, leader della Dc. È il 1983. Dopo le elezioni che danno la maggioranza al “pentapartito” (Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli), De Mita offre a Craxi la presidenza del Consiglio, a patto di dividere tra i due la poltrona di Palazzo Chigi. «Va bene – risponde Craxi, secondo la ricostruzione di De Mita – metà a me, metà a te». Ma nell’86 Craxi nicchia, schivando le pressioni crescenti della Dc. E nel febbraio 1987 dice apertamente che non farà mai la staffetta. La vendetta Dc non si fa attendere: voto di sfiducia e nuove elezioni. Anche Craxi si vendica. Nel luglio 1989 fa cadere il governo presieduto da De Mita. Ha già ordito un patto segreto con Arnaldo Forlani e Giulio Andreotti. Andreotti farà il premier, poi Forlani andrà al Quirinale e successivamente Craxi tornerà a Palazzo Chigi. Ma lì ci mette lo zampino il caso. Nel 1991, quando Andreotti avrebbe dovuto dimettersi per far luogo alle elezioni, scoppia la prima guerra del Golfo, cui l’Italia partecipa, e tutto si congela per un anno. Nel 1992 poi esplode Tangentopoli e Craxi viene travolto dagli scandali. Per una pugnalata alle spalle cade anche il primo governo di Romano Prodi. Forte della vittoria elettorale dell’Ulivo (alleanza tra centro, democratici di sinistra e Rifondazione comunista), s’insedia a Palazzo Chigi nel maggio del 1996, ma nell’ottobre del 1998 viene sfiduciato alla Camera per un voto. Decisivo il no di Fausto Bertinotti e di Rifondazione. Segue il governo di Massimo D’Alema, che sostituisce i voti di Rifondazione con quelli dell’Udeur dell’ex democristiano Clemente Mastella.
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