Il governo: sotto il mare dell’isola giacimenti di metano

Studio sulla presenza di idrocarburi. Venerdì a Sassari convegno della Fondazione Segni

CAGLIARI. La questione energetica attraversa da sempre la storia dell’industria e dello sviluppo in Sardegna, unica regione d’italia a non disporre del metano. La conseguenza del mix energetico dell’isola per cittadini e imprese sono i costi maggiorati rispetto alle tariffe nazionali. Dopo domani a Sassari (alla Camera di commercio) su iniziativa della Fondazione Segni, si terrà un convegno per fare il punto della situazione con i rappresentanti delle organizzazioni agricole e degli ambientalisti che contrastano la prospettiva delle trivellazioni. I lavori del convegno che ha per titolo “L’energia in Sardegna, vecchi problemi e nuove prospettive”, saranno chiusi da Franco Terlizzese, direttore generale del ministero dello Sviluppo economico che anticipa i temi in questa intervista alla Nuova.
 

Facciamo il punto sul metano che si troverebbe nel mare dell’Oristanese e del petrolio al largo della Sardegna. E’ un dato reale?

«Da un punto di vista tecnico potrebbero esserci quantità significative di metano perché nel bacino est del Mediterraneo sono state fatte scoperte in questo senso. Ma stiamo attenti alle esagerazioni».
 

Allora perché c’è un grande interesse da parte delle compagnie private?
«Le compagnie sono soggetti privati che cercano di fare utili e se nel mare non ci fosse nulla di interessante non ci sarebbero le richieste come, invece, ci sono dall’Italia, dalla Croazia, da Cipro, paesi che fanno di tutto per attirare questi investimenti».
 

L’unico sistema per sapere se c’è il petrolio è quello di trivellare?
«Sì non c’è altra soluzione ma stiamo calmi: trivellare è un’operazione costosa e allora il tema è capire: noi andremo nella direzione non delle trivellazioni ma degli studi e di una campagna oceanografica».
 

Quanto costerebbe trivellare nel mare?
«In acque profonde un pozzo costa dai 100 ai 150 milioni di euro. Fare alcuni pozzi esplorativi significa investire un miliardo di euro e allora, prima, bisogna compiere una serie di studi che durano mediamente dai cinque ai dieci anni».
 

Lei si occupa di risorse minerarie e di idrocarburi ma allarghiamo il problema alle esigenze della Sardegna. Non sarebbe il momento di puntare sul metanodotto Galsi o comunque portare il gas con le navi metaniere?
«Prima bisogna capire chi “mette” il metano. Nel caso del Galsi o delle navi c’è qualcuno che lo vende, nel nostro caso si deve diventare produttori. Altro problema: per portare il metano, prima di tutto, bisogna realizzare le infrastrutture».
 

Fatto sta che la Sardegna continua a pagare l’energia a costi più alti.
«In tutte le isole il costo strutturale dell’energia è più alto e poi subentrano meccanismi che permettono ai residenti di accorgersene meno. Si paga su base nazionale».
 

Qual è il modo per risolvere il problema delle tariffe più alte?
«Il governo ha destinato dei fondi per ridurre il costo dell’energia. E il gap rispetto all’Europa sta diminuendo. Certo questo non aiuta il nostro sistema che avrebbe bisogno di prezzi migliori. Purtroppo nella bolletta dei cittadini ci sono costi aggregati che fanno salire di molto le spese».
 

Un po’ come per la benzina sulle cui tariffe incidono le accise dello Stato?
«Sì il sistema energetico ha una quantità di rinnovabili da finanziare».
 

La Sardegna punta molto sulle rinnovabili anche se qualcuno critica le troppe pale eoliche.
«Sì, ma per le pale eoliche sono stati fatti dei Patti con molti soggetti e vanno rispettati. Significa che per molti anni pagheremo questa cifra nella bolletta ma, d’altra parte, è indispensabile per aumentare la quota di energia pulita».
 

Per lei, in Sardegna, qual è il mix giusto nella produzione di energia, tra carbone, olio combustibile, metano?
«Non voglio interferire con il piano energetico regionale. Mi limito a dire che si può rimanere all’interno della strategia nazionale che fissa gli impegni nazionali da qui al 2020».
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