Santo Stefano, decaduti i vincoli della servitù
La Difesa non ha varato il decreto di rinnovo per il deposito di Guardia del Moro Formalmente il sistema di gallerie dovrebbe essere restituito ai proprietari
LA MADDALENA. Dalla mezzanotte del 13 marzo scorso il gigantesco deposito di munizioni sotterraneo di Guardia del Moro, nell'Isola di Santo Stefano, non è più sottoposto a servitù militare. Sul piano giuridico formale, le gallerie dovrebbero perciò ritornate nella piena disponibilità dei proprietari di quel lembo di arcipelago: la famiglia Serra della Maddalena. Teoricamente i Serra sono legittimati a chiedere lo sgombero coattivo del deposito. Insomma, un pasticcio nato dall’incredibile inerzia del ministero della Difesa che non ha decretato il rinnovo quinquennale della servitù, dopo il parere negativo espresso dal Comipa (Comitato misto paritetico sulle servitù militari) nella riunione del 20 maggio dello scorso anno. Dopo quella seduta, alla quale partecipò anche il sindaco della Maddalena Angelo Comiti, solo un lungo silenzio. Nessuno ha cioè fermato l’orologio della prescrizione fino al 13 marzo scorso, data di scadenza naturale del quinquennio della servitù. «In quella data – dice Gianni Aramu, memoria storica del Comipa – le limitazioni si sono estinte di fatto, secondo l’articolo 10, ultimo comma, della legge 898/76, perché alla scadenza della servitù non è intervenuto il decreto di conferma».
Imbarazzante dimenticanza. Dopo la brutta figura, la Difesa sta cercando di correre ai ripari seguendo una nuova strada: non il rinnovo della servitù militare, ma una sua reimposizione. Per questo motivo ha infatti convocato una seduta del Comitato misto paritetico per il 13 maggio Ha cioè attivato una procedura prevista dal Codice Militare vigente (Dlgs 66/2012) che prevede una nuova riunione del Comipa. Qualora non si riuscisse a raggiungere un parere unanime, il ministero della Difesa, previa convocazione del presidente della Regione, potrà rappresentare le proprie ragioni davanti al Consiglio dei ministri e chiedere l’imposizione ex novo della servitù.
Almeno apparentemente, la Difesa raggiungerebbe ugualmente il suo obiettivo seguendo una strada più lunga. Certo, resterebbe l’imbarazzante situazione che uno dei più grandi depositi munizioni d’Europa sarà privo per molti mesi della copertura della servitù militare. Ma la situazione rischia di diventare molto più complessa. Il perché lo ha ricordato il sindaco della Maddalena in una lettera spedita all’allora presidente della Regione Ugo Cappellacci il 26 marzo del 2012. «... la procedura della reimposizione della servitù – aveva scritto Comiti – è, secondo i giudici del tribunale amministrativo regionale, improponibile in quanto lesiva dei principi di sussidiarietà e leale collaborazione introdotti dalla modifica del Titolo V della Costituzione. E più precisamente dagli articoli 114 e 118».
Contenzioso aperto. Su Guardia del Moro c’è infatti un contenzioso ancora aperto davanti alla giurisdizione amministrativa. Dopo una prima sentenza del Tar che “cancellava” la servitù militare su Guardia del Moro nel 2008 (poi sospesa dal Consiglio di Stato) si è arrivati nel 2012 a un secondo pronunciamento del Tar Sardegna che ha accolto il ricorso presentato dal Comune della Maddalena.
Secondo i giudici amministrativi il ministero della Difesa non poteva adottare un «provvedimento immotivato». Il generico riferimento alla «difesa nazionale» non è stato considerato sufficiente per giustificare l’imposizione di un vincolo di servitù. Inoltre, i bisogni della comunità locale erano stati ignorati, così come le esigenze di sviluppo e crescita economica del territorio maddalenino. In estrema sintesi, il Tar ha stabilito che l’interesse alla Difesa non è superiore all’interesse della comunità locale. Li ha definiti «entrambi di massimo rilievo e di natura sensibile», ricordando che «le servitù hanno carattere temporaneo proprio perché legate all’esigenza di valutare e rivalutare le situazioni, tenendo conto dei cambiamenti che vive il territorio su cui sono calate».
Il ministero della Difesa ha ricorso al Consiglio di Stato che ha messo una toppa nell’aprile di due anni fa, “sospendendo” in via cautelativa l’esecutività della sentenza del Tar e rinviando la decisione nel merito. Da allora la storia del deposito sottoroccia di Guardia del Moro è entrata in un limbo di indeterminatezza. Prima di tutto perché la sospensiva del Consiglio di Stato non è il preludio scontato a una vittoria del ministero della Difesa e una conseguente sconfessione della sentenza del Tar Sardegna. I giudici amministrativi di secondo grado hanno infatti riconosciuto «che entrambi gli interessi pubblici in gioco sono degni di approfondimento in sede di merito». Il problema vero è quello dei tempi: la sentenza sul merito del contenzioso è attesa da ormai due anni.
Il ruolo del governatore. Oltre alla possibile violazione del principio costituzionale di sussidiarietà con l’imposizione unilaterale e senza concertazione della servitù militare, la Difesa ha un altro punto di vulnerabilità: nonostante invochi generiche ragioni di «difesa nazionale», non ha mai espropriato l’area di Santo Stefano, ma ha preferito imporre una servitù che viene rinnovata ogni cinque anni. Una storia che va avanti ormai dagli anni Settanta.
C’è infine un interessante risvolto politico. In attesa della sentenza del Consiglio di Stato, la Difesa ha comunque deciso di andare avanti e di chiedere la reimposizione della servitù ormai decaduta e sarà obbligata a chiamare in causa la presidenza della Regione. Per Francesco Pigliaru Guardia del Moro diventerà così il primo banco di prova sul fronte delle servitù militari. Sarà interessante vedere se il governatore raccoglierà l’eredità di Renato Soru, segnando una forte discontinuità con la politica di Cappellacci, molto arrendevole rispetto alle richieste dei militari.
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