La Nuova Sardegna

«Il mio teatro per scuotere le coscienze»

di Anna Sanna
«Il mio teatro per scuotere le coscienze»

Serena Dandini martedì al Verdi di Sassari. “Ferite a morte” donne contro il femminicidio

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SASSARI. «Mi piacerebbe che “Ferite a morte” girasse la Sardegna in lungo e in largo perché è una terra che io amo molto e penso possa recepire in maniera molto forte, con le sue donne straordinarie. Magari questa prima data può essere un inizio». Serena Dandini parla dello spettacolo da lei scritto e diretto, che dà voce post mortem alle donne vittime di femminicidio. Un progetto, diventato anche un libro, che sta girando con successo l’Italia e l’Europa e arriva martedì al Verdi di Sassari, nell’unica data sarda organizzata da Mab Teatro.

Com’è nata l’idea di far parlare le donne vittime di femminicidio?

«È nata da un’indignazione, dal fatto che sia in Italia sia nel mondo ci sono delle cifre impressionanti che riguardano non soltanto il femminicidio ma la violenza domestica, che in molti casi non viene neanche denunciata. Mi sembrava che fosse un problema sottostimato in Italia ma anche nel resto del mondo, perché purtroppo la violenza domestica unisce tutti gli stati e le latitudini. Mi sembrava che queste cose fossero trattate come gli effetti collaterali della vita di coppia, quasi che si dicesse “è normale, fa parte del gioco”. E invece non è così, perché nei paesi dove hanno messo in atto politiche virtuose e fatto leggi ad hoc la situazione è molto migliorata. Quindi si può cambiare, non è un destino ineluttabile. Ho pensato di usare il teatro come un’arma per scuotere le coscienze. Tante volte la drammaturgia arriva di più, magari passando dallo stomaco e dal cuore».

Quanto è importante che le donne uccise tornino a diventare persone e storie, al di là dei numeri impressionanti?

«Le storie sono spesso appiattite dalle statistiche e anche dai programmi che parlano di questi casi con una certa morbosità, trasformandole non in persone con una vera vita ma in cadaveri da sezionare all’obitorio o da usare per fare ascolto. Perché spesso il vero fine è questo. Non a caso anche gli articoli di cronaca nera sono a volte morbosi. Adesso anche grazie alle giornaliste donne c’è un atteggiamento diverso: le cose stanno cambiando, ma c’è ancora molta strada da fare per ridare dignità alle storie di queste donne».

Nella sua carriera la comicità ha sempre avuto un ruolo chiave, e anche in “Ferite a morte” non mancano momenti ironici nonostante il tema drammatico. Come mai questa scelta?

«La vita delle donne è molto più colorata, solare, ricca, di come appare tante volte in questi annunci mortuari sui media. È fatta di ironia, di risate, e io ho cercato di mettere dentro tutti questi elementi. Perché al di la del finale tragico che unisce tutte queste donne, la vita è una delle cose in cui tutti possiamo riconoscerci. Questo è uno degli effetti del teatro: sono le nostre vite, le nostre storie, sono le nostre amiche, non è una cosa lontana ma qualcosa che ci riguarda tutti. Lo spettatore ride e poi arriva di colpo la drammaticità, che in questo modo colpisce ancora di più».

Lo spettacolo sta avendo un grande successo anche oltre i confini nazionali. È stato rappresentato a Londra, Parigi, a New York nella sede delle Nazioni Unite. Sostiene la convenzione No More che chiede alle istituzioni un impegno concreto?

«Lo spettacolo è diventato anche uno strumento per ricordare anche alla politica il proprio dovere. Si è parlato molto di violenza domestica ma bisogna anche dire che adesso, dopo il lavoro fatto in questi due anni che ha prodotto una serie di passi avanti, è tutto fermo. C’è stata una lettera aperta al governo scritta da Di.Re. l’associazione che riunisce i centri antiviolenza italiani, che chiede delle cose molto precise. Il Ministero delle pari opportunità non c’è più, il piano antiviolenza nazionale è scaduto nel 2013 e non è stato rinnovato. Tutti i finanziamenti sono bloccati. Dopo la lettera ci sono state anche due interrogazioni parlamentari a cui non c’è stata risposta. È grave, perché alle chiacchiere sono buoni tutti, ma tutta la task force interministeriale che era stata messa in atto è lettera morta. E come se purtroppo ci fosse una moda per cui i riflettori sono su un argomento, e poi dopo arrivederci e grazie».

Con “Ferite a morte” ha portato il femminicidio a teatro e nella narrativa. In televisione invece come lo racconterebbe?

«In televisione io diffido un po’ perché in questi casi la forza del teatro è fondamentale. Stavo cercando di trovare un altro tipo di formula, sono molto cauta perché è un argomento delicato che rischia di diventare stereotipato, morboso. Vorrei mantenere quella forza, quella freschezza che ha in teatro, quindi ci sto ragionando».

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