Vito Mancuso: «Ritorniamo alla sapienza antica»
Lo studioso chiude il Festival di Cagliari Il bisogno crescente di spiritualità nel mondo
CAGLIARI. Oltre le rigidità dei dogmi, dentro la tensione continua della ricerca. Il teologo Vito Mancuso chiude gli appuntamenti del Festival della Filosofia ospite a Cagliari della comunità La Collina di Don Ettore Cannavera dove, in compagnia di Pierpaolo Ciccarelli, ieri pomeriggio si è attardato a dialogare di Salvezza e perdizione nel rapimento estetico, si riconferma grande interprete del bisogno, attuale e diffuso, di spiritualità. Vito Mancuso, perché chiamano proprio lei per parlare di bellezza?
«La voce di un teologo non si può ignorare, se si vuole chiudere il quadrato sulla bellezza. È evidente se consideriamo che lo scritto più importante sul tema è forse, ancora oggi, il Simposio di Platone, con i 5 gradi della scala dell'eros, dalla bellezza per i corpi a quella per le anime fino alla bellezza ineffabile. Tra il pulcrum e il divinum, insomma, non c'è soluzione di continuità. Dietro l'ambiguità del termine bellezza c'è una prepotente tensione verso un assoluto di purezza. All'opposto, però, la bellezza è anche perdizione e rapimento. La bellezza è il crocevia da cui si può giungere all'armonia e al divino; o, come scrive Baudelaire nei Fiori del male, è ambiguità suprema, senso della perdizione. A riguardo la teologia ha parecchio da dire, a partire dai vizi capitali. La bellezza ha la carica di lacerazione dell'io, nel senso filosofico del termine. Può generare un io diviso, incapace di essere fedele alla parola data».
Quando avviene tale svolta?
«Premesso che ogni esperienza è analizzabile per se stessa, l'inizio nella lacerazione della personalità si può individuare quando le parole non sono più conseguenti alle azioni, quando l'attrazione verso la bellezza porta a mentire, a se stessi o agli altri. Esiste dunque un legame anche con il linguaggio? Non c'è niente di umano che non abbia che fare con il linguaggio. Analizzare il linguaggio è come fare l'analisi del sangue per capire di cosa soffriamo. Ogni attività umana si esprime e pensa con il linguaggio, non solo verbale. A chi gli chiedeva: “Maestro, se il Celeste Imperatore vi desse il comando di tutto l'impero, quale azione fareste per prima?” Confucio rispondeva: “Raddrizzare i termini, far sì che le parole siano conformi alle cose e alle azioni”. Più c'è corrispondenza, più la vita è buona, bella e giusta. Se vogliamo uscire da questa crisi epocale dobbiamo tornare alla grande sapienza dell'antichità, che sia greca, ebraica o buddista. Testimoniano tutte il grande legame tra fisica, etica ed estetica. Un discorso che in Occidente si è riaperto anche con la scoperta della fisica quantistica. Le grandi scoperte della fisica, filosoficamente parlando, testimoniano il primato della relazionalità. Le recenti rivelazioni intorno al bosone di Higgs ci dicono che le particelle subatomiche assumono massa e vengono ad essere grazie alle relazioni».
Ciò ha molto a che fare con l'estetica, infatti: che cosa è il bello se non l'armonia delle relazione e delle proporzioni?
« Il farmaco di cui l'anima ha bisogno potrebbe essere proprio nelle relazioni tra fisica, estetica ed etica. Anche le religioni si devono convertire. Se pensano di possedere la ricetta, non funzionano. Ognuno porta il suo contributo alla bellezza come armonia delle relazioni. Il che non esclude la disarmonia, poiché l'armonia non è statica. Tutto si muove riproducendo logos e caos, ordine e disordine, entropia e distropia. Se l'essere si dà in armonia produce anche l'etica, che è armonia delle relazioni».
La teologia è materia per giovani?
«Lo spero, ma dev'essere insegnata in modo diverso. In Italia, se rimane veicolata solo dalle facoltà pontificie, non arriverà mai a captare l'entusiastica curiosità dei giovani. Per quel che mi riguarda è stato “Dio esiste” di Hans Küng a scatenare il desiderio di appartenenza, ma senza mai deporre l'inquietudine della ricerca. Parlo della ricerca di chi vuole trovare, non di chi è interessato solo alle negazioni che giustificano un vago ambito anarcoide-nichilistico. La vera ricerca è destinata a trovare, a chi vuole legarsi. La meta è, come diceva Platone, bellezza in continua ascesa. La bibbia, il papa, la chiesa sono degli strumenti e vanno superati. Il grande cammino della teologia si deve forgiare nelle dialettica, com'era un tempo, prima di diventare prigioniero dell'organizzazione ecclesiastica e di chi organizza il sapere come in una scuola per dirigenti».
Ha mai fatto una scelta per puro intuito?
«La gran parte delle nostre scelte sono basate sull'intuito, specie le più importanti. Certo, dobbiamo far sì che la nostra personalità sia curata, permeata dal desiderio dei sacri ideali dell'umanità perché l'intuito sia buono. D'altronde l'innamoramento cosa è se non la dimensione di attrazione che passa per l'intuito, il desiderio, l'irrazionalità? Non faccio un inno all'irrazionalismo: la ragione serve dopo per capire, ponderare, verificare».
Lei ha scalato il Sinai ed ha scelto di farlo con una scalatrice di professione, Nives Meroi; quale è stato il risultato?
«Nives è una persona straordinaria che parla della montagna in modo estremamente religioso, quando dice che salire in cima colma il suo desiderio di “silenziosa e quieta appartenenza”. Il senso ultimo di questa avventura, per me meramente intellettuale (io sul Sinai non sono mai stato) è stato proprio trovare questa interiorità di gioiosa appartenenza all'essere che ci può essere donata dalla natura o può essere raggiunta tramite la religione o la spiritualità».
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