Cellino non paga, Donadoni dal giudice
L’allenatore del Parma al tribunale di Cagliari per chiedere il rispetto del contratto firmato nel 2010
CAGLIARI. Cinque minuti e il tam tam del palazzo di giustizia aveva diffuso l’informazione in ogni angolo del tribunale: c’è Roberto Donadoni, l’allenatore del Parma, l’hanno visto passare poco fa il metal detector dell’ingresso. Neppure un’interrogativo sul perché di quella presenza anomala, prima ancora che si sapesse in quale aula fosse diretto l’ex mister della nazionale la risposta era già in circolazione: ha fatto causa al Cagliari, Cellino non l’ha pagato. Qualche volta le voci di corridoio raccontano la verità: mancherebbero all’appello circa 350 mila euro, un anno di contratto che il presidente del Cagliari non ha voluto versare a Donadoni dopo averlo licenziato in tronco il 12 agosto del 2011. Licenziato, non esonerato. Con una procedura così inusuale nell’ambiente del calcio professionistico da costringere il legale dell’ex ala destra del Milan, l’avvocato Alessandro Calcagno, a rivolgersi al giudice del lavoro anzichè alla celerissima giustizia sportiva.
L’udienza è durata un’ora abbondante. Quando Donadoni è uscito insieme al difensore e all’avvocato cagliaritano Paolo Busanca i cronisti l’hanno rivisto nella sua veste di cursore sulla fascia: passo lungo, un sorriso gentile e neppure una parola. Poi, davanti alle insistenze: «Scusate, non posso dirvi nulla, grazie». Una consegna del silenzio condivisa coi legali, che ha costretto i cronisti a cercare altre fonti utili a ricostruire una storia ampiamente prevedibile. Questa, che in assenza di storici da almanacco Panini si ricava facilmente da wikipedia: subentrato il 15 novembre 2010 a Pierpaolo Bisoli, il tecnico bergamasco aveva chiuso bene la stagione del Cagliari, salvezza non risicata e grande rispetto da parte dei tifosi, che di lui apprezzavano il tratto signorile e una pacatezza invidiabile. Soprattutto accordo perfetto con il presidente Cellino, la cosa più importante. Sembrava dunque che per lui la riconferma fosse un fatto scontato. Difatti la stagione successiva Donadoni restò in sella alla squadra rossoblù, ma subito dopo la campagna acquisti il feeling con Cellino si ruppe di colpo. Sembra che la causa sia stata il mancato ingaggio di David Suazo, il folletto honduregno che Donadoni amava moltissimo per la velocità e l’inclinazione al contropiede. Disposto a firmare in bianco dopo l’infelice esperienza all’Inter, l’attaccante finì al Catania e Cellino ebbe ragione a non riprenderlo. Ma quel confronto acceso sulle scelte di mercato bastò a Cellino per indicare a Donadoni la porta: licenziato. Solo che l’allenatore aveva ancora un anno di contratto, che tradotto in termini economici faceva circa 350 mila euro. Il presidente del Cagliari decise che quei soldi sarebbero rimasti nelle casse della società rossoblù e a Donadoni non restò che rivolgersi a un avvocato perché chiedesse al tribunale di imporre il rispetto degli impegni sottoscritti. La giustizia civile ha fatto il suo corso e fra rinvii e astensioni il giudice del lavoro ha potuto fissare solo per ieri la prima udienza di esame del ricorso. La prossima sarà entro l’anno. Nel frattempo Donadoni potrebbe diventare il tecnico del Milan, il suo primo e grande amore calcistico. O forse no: comunque vada, avrà di che pagare l’affitto della casa di Parma. (m.l)
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