La coda velenosa di Von Triers
La seconda parte di “Nymphomaniac”, il film del regista danese
“In cauda venenum”. Sintesi estrema di “Nymphomaniac vol. II”: quasi una provocazione nei confronti dello spettatore che si era sentito partecipe del finale del primo volume. Infatti, Lars Von Triers, tramite il saggio, colto, paterno Seligman – salvatore della protagonista Joe (Charlotte Gainsbourg) – improvvisatosi psicoanalista, postulava l’esistenza di un’armonia possibile, benché solo retrospettiva, anche nell’esagerata sessualità della sua ospite. Nel secondo volume, il regista danese continua a ricomporre il passato della protagonista di fronte al suo soccorritore, e svela che quella presunta armonia è solo un’elaborazione intellettuale, anzi artistica, che non ha alcun rapporto con la vita degli esseri umani reali.
Crescendo, infatti, Joe perde ogni sensibilità sessuale, si ammala, si dedica con passione al masochismo, frequenta un gruppo di sostegno con altre “malate di sesso”. E per finire, manda a monte il suo matrimonio con Jerome, il suo primo e forse unico amore, e le viene tolto il figlio, per evidente incapacità ad accudirlo. Lo spazio filmico lasciato a Seligman diminuisce, ovvero gira un po’ a vuoto, fino alla sorpresa finale, altra “coda velenosissima” che distrugge ogni fiducia nella “terapia della parola”. In compenso, Von Trier, introduce il tema “noir”. Joe, che deve pur lavorare, riscuote crediti per conto di un usuraio (William Defoe), trasformando la propria aggressività sessuale in violenza. La vicenda è un po’ improvvisata, se non banale, ma ci rivela le ragioni del suo ritrovamento – per strada, ferita – che ha dato origine al racconto retrospettivo.
La divisione in due parti, a questo punto, si rivela essenziale: “Nimphomaniac” è infatti un doppio film, o anche un’opera in cui le due metà si oppongono come estremi psichici del suo autore: geniale e sregolato, artista e pasticcione, iper creativo quasi fino alla noia. Scegliete voi il Von Trier che preferite.
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