Quando vince il desiderio di bellezza
Che cosa significa lo straordinario successo di “Monumenti aperti” a Sassari e a Cagliari
Aprite un qualsiasi quotidiano, agganciate un qualsiasi sito Internet, sintonizzatevi con il telecomando su un qualsiasi canale televisivo: l’immagine dell’Italia che ne ricavate sembra essere quella di un Paese incialtronito. Tangentopoli che ritorna; la vergogna dei morti a Lampedusa senza che nessuno riesca a fare niente per fermare le stragi ricorrenti; lo squallore delle scritte in curva Sud all’Olimpico, durante la partita Roma-Juventus, con la solidarietà a Daniele De Santis, il tifoso che avrebbe sparato a un supporter del Napoli; talent show che ormai sfruttano, nella guerra dell’audience, anche i bambini.
La tentazione di alzare bandiera bianca è forte. Ma poi accadono fatti che restituiscono almeno un po’ di speranza. Ad esempio ciò che s’è visto a Sassari e a Cagliari durante gli ultimi due week end, quando decine di migliaia di persone hanno partecipato a Monumenti aperti. Le cifre sono davvero impressionanti: 96.000 visitatori e Cagliari e 42.000 a Sassari. Famiglie intere che sospetteresti sedate per sempre da “Amici” o da “Facebook” e che invece vedi fare la fila davanti al Museo Sanna a Sassari o all’Orto botanico a Cagliari. In un clima di festa in cui la curiosità della scoperta, il piacere della conoscenza erano autentici. E tangibile era la passione per la bellezza.
Che cosa vuol dire questa sete di conoscenza e di bellezza in un Paese che per molti versi appare invece in preda a un generale imbarbarimento? Si potrebbe suonare ancora una volta la solfa secondo cui l’interesse della gente dimostra, contro un diffuso luogo comune, che “con la cultura si mangia”; che, tradotto, significa che con la cultura si possono produrre profitti e reddito. Ma francamente non è questo che interessa. E per due motivi.
Primo, perché ci sono realtà (cito soltanto Venezia) in cui per produrre reddito attraverso la cultura si sono fatti danni enormi, violentando assetti urbani e identità storiche. E bisognerebbe fermarsi anche a riflettere su che cosa sono diventati alcuni grandi musei (in Italia e all’estero) consegnati alla logica del massimo guadagno.
Il secondo motivo è che il desiderio di conoscenza e di bellezza è importante non tanto perché può produrre profitto, ma perché può funzionare da antidoto a una deriva antropologica che nel corso del ventennio berlusconiano ha cancellato ogni segno di comune appartenenza. L’Italia consegnata a un devastante individualismo proprietario.
E allora la cultura è importante non tanto perché ci si mangia, ma perché attraverso il sapere critico si acquista autonomia di pensiero e quindi libertà. Un Paese senza cultura (senza dissenso) è più facile che diventi un Paese di servi.
Ecco perché i 42.000 di Sassari e i 96.000 di Cagliari, in coda per visitare monumenti e musei, sono un segnale forte di resistenza.