In auto incontro al destino
“Locke”, il bellissimo film di Steve Knight, nel segno di James Joyce
Novanta minuti dentro un’auto. Locke, il protagonista che dà il titolo all’opera seconda di Steve Knight – già sceneggiatore per Frears e Cronemberg – ha appena finito il suo turno di lavoro come capo cantiere: è un lavoratore coscienzioso e per questo ricercatissimo dai costruttori. È atteso dalla moglie e dai figli, già pronti a condividere con lui una partita di calcio in diretta televisiva. Ma lui ha un’altra idea: si dirige velocemente verso un ospedale londinese dove una donna, più o meno della sua età, sta per partorire. Nel corso del viaggio, tempo reale e cinematografico coincidono al secondo; il mondo esterno è presente solo attraverso le oltre trenta telefonate fatte o ricevute dai familiari, dalla partoriente, ma soprattutto dai suoi datori di lavoro a cui ha comunicato che la mattina seguente non sarà in cantiere.
Primo film estremo, ma realista, in cui i rapporti tra umani avvengono esclusivamente per via telefonica, “Locke” è un’Odissea joyciana adattata ai media contemporanei, in cui, però, il passato, ovvero la memoria, è incancellabile e fuoriesce da un vero un monologo interiore rivolto ad un invisibile fantasma, il padre del protagonista. Naturalmente, non sappiamo se il nostro Ulisse tornerà a Itaca: il film si ferma assieme all’auto. Il futuro, probabilmente non troppo gradevole, non fa parte della trama.
Presentato fuori concorso a Venezia 2013, il film di Knight ha ovviamente un interprete più che ammirevole, Tom Hardy, sul quale pesa interamente la riuscita drammaturgica. Si può dire che sia tra i migliori titoli di questa stagione, e non per ragioni formali e estetiche, che pure ci sono (basti pensare al modo in cui la realtà esterna si trasforma in una coreografia astratta), ma semplicemente perché lo spettatore immagina di essere lui stesso alla guida dell’auto che va incontro al destino.