La Nuova Sardegna

Giallo di Ulassai, lo scheletro forse è di un latitante

di Pier Luigi Pireddae Claudia Carta
Giallo di Ulassai, lo scheletro forse è di un latitante

Secondo alcune indiscrezioni il cranio con un foro di proiettile ritrovato in un anfratto è del bandito Giovanni Prasciolu

26 maggio 2014
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ULASSAI. Quelle monetine da 50 e 100 lire in una delle tasche di quel che restava di un paio di pantaloni scuri del tipo militare hanno permesso di stabilire approssimativamente la data dello scheletro scoperto sabato mattina in un anfratto nel sistema di grotte di S’Armidda, sui monti tra Ulassai e Osini, in Ogliastra. Quello scheletro con un foro nel cranio è stato nascosto lì dopo il 1991. Nella grotta, accanto ai resti, un proiettile: pare calibro 7,65.

Un omicidio. E la memoria corre indietro nel tempo. Agli anni bui del banditismo, ai tanti sequestrati mai tornati a casa. Al dolore di madri, mogli, figli che ancora non hanno una tomba dove piangere i loro cari. Nomi che ogni volta ritornano alla luce dall’oblio, per dare un briciolo di speranza ai parenti che poi ripiombano nella disperazione più grande quando arrivano gli esiti impietosi degli esami.

Parlare di sequestri e sequestrati in questa zona dell’Ogliastra è azzardato, visto che mai nessuno dei tanti pentiti e neppure i vari informatori hanno mai richiamato Ulassai e Osini nelle loro relazioni. Due paesi così lontani che non erano mai stati inseriti neppure nei giri degli emissari. E allora, quello scheletro con il foro di proiettile nel cranio costringe gli investigatori e anche i semplici curiosi a fare un salto indietro nel tempo e rivolgersi agli anziani dei due paesi e alle “memorie storiche” delle forze dell’ordine.

E i nomi sgorgano come il ruscello impetuoso che scorre a valle saltando tra le pietre e scavando solchi nelle grotte, riportando alla luce storie terribili rimaste sepolte per oltre vent’anni. Un nome su tutti. Forse il più credibile e anche il più probabile. Il nome di un bandito tra i più temuti in quegli anni e poi scomparso nel nulla all’improvviso: Giovanni Prasciolu di Dolianova. Oggi avrebbe avuto 54 anni, ma di lui si erano perse le tracce quando aveva 19 anni. Si era dato alla macchia nel marzo del 1979 per il delitto di un pensionato, Virginio Contini, durante una rapina fallita. E da allora nessuno l’aveva più visto. Un inafferrabile. Durante la latitanza si disse che fosse diventato il luogotenente di Adolfo Cavia, il bandito di Urzulei condannato per il sequestro Demurtas, ma coinvolto in un’altra decina di rapimenti, trovato morto nella chiesetta campestre di San Basilio, in Ogliastra, il 4 gennaio 1999.

Di Giovanni Prasciolu, conosciuto nel suo paese come Gianni, non avevano più saputo nulla da anni neppure i suoi genitori che quattro anni fa si erano rivolti alla procura della Repubblica di Cagliari e ai carabinieri di Dolianova per far cercare i resti del loro sfortunato figlio in un pozzo all’interno della cava di fluorite a Sant’Andrea Frius. Ricerche che si erano protratte nel tempo, ma che non avevano dato risultato.

Ora, riaffiora anche per loro la speranza di poter piangere il loro caro dentro una tomba. E gli elementi che portano a Giovanni Prasciolu sarebbero già abbastanza consistenti, seppure tutti da valutare.

Potrebbero essere i resti del latitante di Dolianova quelli trovati intorno alle 13.30 di sabato, da un gruppo speleologico di Cagliari, nelle montagne tra Ulassai e Osini.

In precedenza avevano eseguito diverse escursioni nel territorio ogliastrino. Le indagini si annunciano delicate e complesse, ma c’è una pista precisa: un omicidio. E l’occultamento del cadavere in quella grotta che le piogge di questo primo scorcio di primavera hanno riportato alla luce.

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