La Nuova Sardegna

“Flauto magico”, fiaba sulla condizione umana

di Gabriele Balloi
“Flauto magico”, fiaba sulla condizione umana

Cagliari, al Lirico l’opera di Mozart non tradisce la sua natura di parabola esoterica con leggerezza

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CAGLIARI. Sarebbe piaciuto a Mozart e Schikaneder “Il flauto magico” di Roberto Andò. Compositore e librettista avrebbero gradito la leggerezza, lo humour, il rimarcare che sebbene operistico è pur sempre teatro: musica e messinscena, canto e recitazione (Sing-spiel) debbono avere pari dignità. E di sicuro avrebbero elogiato l’intento di far sorridere, partecipare il pubblico; di incantarlo davanti a un’opera al contempo fiaba e favola. Intrattenimento ludico e fantasioso e “parabola esoterica” sulla condizione umana, sull’ambiguità fra bene e male, sul sogno di un’harmonia mundi. Si dà corpo alla mescolanza di “zauber” (magico), comico e serio, in cui nessun personaggio è del tutto buono o cattivo.

L’ironia difatti regna sovrana fra le righe. O piuttosto fra i righi musicali! Tutto ciò nel contenitore apparentemente semplice d’un libretto in due atti che l’allestimento di Andò – nella regia ripresa in questi giorni da Riccardo Massa per la Stagione del Lirico – realizza con una “macchina scenica” leggera e rapida, con i costumi di Nanà Cecchi, luci e scene di Giovanni Carluccio. Mentre il primo cast, impegnato due giorni fa col debutto, non sarà forse eccezionale ma porta a casa comunque un buon risultato. Su tutti brilla indubbiamente Nadine Sierra, deliziosa sul piano attoriale, è una Pamina espressiva, dolce senza bamboleggiare, figura fiera e nobile anche nei passaggi più mesti; di voce ben proiettata in tutta la sua estensione, argentea negli acuti, angelica nelle mezze voci. Al suo fianco, per bravura, vi si può mettere il Papageno di Markus Werba, vocalmente non grandissimo ma un’autentica miniera di accenti; dotato di presenza scenica, vero animale da palcoscenico, quasi finisce col diventare protagonista assoluto dello spettacolo.

Mentre il Tamino di Bernhard Berchtold è di voce piuttosto scarna e lieve, timbricamente pallida, pur con una certa grazia di fraseggio, vien fuori un principe se non timido quantomeno riservato, che si contiene nei propri slanci amorosi. La Regina della Notte è Cornelia Götz, soprano leggero senza infamia e senza lode, esegue a dovere le sue virtuosistiche acrobazie canore, gli attesi e celeberrimi “picchettati”, tuttavia ha un fraseggiare non sempre convincente che tende, talvolta, ad anticipare il tempo. Il basso profondo Bjarni Thor Kristinsson, nei panni di Sarastro, certamente non manca di risonanza fino alle note più gravi, ma nei passaggi verso il registro medio-acuto sortisce a momenti una vocalità un po’ troppo metallica e “cantilenosa”. Buoni i due terzetti, sia le damigelle che i tre fanciulli (solisti del Tölzer Knabenchor).

Discreto il coro istruito da Marco Faelli. Fresca, garbata e mai troppo accesa la direzione di Christopher Franklin, forse per non coprire quelle voci del cast maggiormente penalizzate sul piano della “dinamica”.

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