«L’antico ospedale simbolo del senso civico dei sassaresi»
L’edificio di piazza Fiume costruito con una raccolta di fondi Buona politica, come quella che praticava Enrico Berlinguer
di SANDRO ROGGIO
Sassari aveva festeggiato nel 1829 per quel teatro scintillante. Con sensi di colpa per avere messo in secondo piano altre necessità, soprattutto l'emergenza sanitaria, assillo in ogni casa. Un'indecenza quei locali dell'ospedale vecchio. Appena aumentata l'accoglienza nel primo Ottocento rispetto a com'era – miserrima – in un' informativa del 1764: dieci letti per gli uomini, quattro per le donne e «dieci sono soltanto le coperte ed altrettanti paja di lenzuoli molto logori, onde se la maggior parte dei letti fossero occupati non potrebbero in maniera veruna essere sufficienti». Una pena che non ammetteva rinvii anche per la ricorrenza di epidemie.
Così nel 1840 è cominciata l'impresa dell' ospedale nuovo, determinata a colmare l'abisso di inciviltà, per cancellare la vergogna di una città incapace di dare cure ai propri ammalati. Neppure un soldo da Torino, e quindi è toccato alla intera comunità farsi carico dell'opera, con una raccolta di fondi (i sottoscrittori vip sono onorati nel vestibolo). Uno sforzo collettivo inedito, somma dell'ideale cristiano (il Redentore è in ogni infermo povero) con una precisa volontà politica.
Così – sembra incredibile – Sassari è stata tra le prime città europee a dotarsi di una struttura ospedaliera civile, progetto di Carlo Berio e lavori conclusi in una decina d'anni con il concorso di Domenico Barabino progettista del mattatoio di Cagliari. Un organismo edilizio evoluto, raro esempio di panottico per l' assistenza ai malati. Un simbolo della cultura di Sassari, attenta in quel secolo alle migliori esperienze.
L'ospedale, come altrove, è stato gestito prima da congregazioni religiose e infine dalle aziende ospedaliere, Usl/Asl. E dismessa la funzione, non molti anni fa, nessuno si è preoccupato di dire che quell'edificio sarebbe potuto essere ragionevolmente restituito al Comune, che più di ogni altra istituzione rappresenta quella lontana mobilitazione popolare. Come è successo ad esempio per il complesso di Santa Maria della Scala a Siena. E' stato un errore, anche sul piano simbolico, l'irrilevanza del Comune nella decisione di Asl e Mibac sui locali di piazza Fiume, e comunque sulla loro destinazione non c'è stato dibattito aperto ai sassaresi. I quali per la realizzazione dell’ospedale hanno fatto da sé, consentendo il ricovero nella struttura agli abitanti dei dintorni, perché il ruolo di capoluogo si conquista coi contenuti – i servizi che offre – se non è guscio vuoto, «buccia di ciogga» – si dice da queste parti.
Sul nome alla biblioteca che sarà ospitata lì dentro. E' importante una rievocazione di quell'’azionariato solidale, protagonista della storia di quell'architettura, tanto più apprezzabile oggi, nell'epoca della sfiducia per l'uso del denaro in lavori pubblici – come si rilegge in questi giorni.
Ci sono ottime ragioni per intitolare una parte dell' ex ospedale a Enrico Berlinguer, fautore della politica come servizio, sostegno ai bisognosi, un sassarese che ci ha fatto sognare un’Italia migliore. Quando, scriveva Pier Paolo Pasolini, sembravano inconciliabili «il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica».
Celebrando Enrico Berlinguer si concorre alla rimozione del diaframma che oggi ci separa dalla brutta politica. E quanti contrappongono altre candidature più legate alla produzione letteraria (sicuri che la politica c'entri poco con la cultura e le biblioteche ?) alimentano visioni schematiche: di chi pensa che un aeroporto debba essere dedicato a un intrepido aviatore e ritiene stravagante che il più celebrato centro di cultura e d'arte di Francia sia dedicato al presidente George Pompidou.
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