Subì un attentato 20 anni fa ai tempi di “Forza Paris”
Con il sindaco Mariangela Marras fu costretto alle dimissioni dal clima di ostilità La tensione creata per contrastare la presenza di un contingente di militari
NUORO. Il nome di Giovanni Cabua riporta suo malgrado a una delle stagioni più drammatiche vissute a Lula, e coincide proprio con il periodo in cui l'imprenditore ferito ieri in un agguato era vice sindaco. Un periodo che incise talmente nelle vicende del paese al punto che per anni non si trovò nessuno disposto a candidarsi alla guida del Comune, che restò commissariato dal 1992 al 2002. Tanto durò infatti il vuoto amministrativo che si interruppe solo con la presentazione di una lista civica guidata da Maddalena Calia di Forza Italia e la sua elezione dopo il superamento del quorum (non c'erano altre liste in corsa).
Cabua, l'allora sindaco Mariangela Marras e l'intera giunta si dimisero durante l'estate del 1992, sicuramente la più calda vissuta da Lula. È l'anno del sequestro di Farouk Kassam, liberato il 10 luglio, ed è il periodo in cui il governo inviò nel Montalbo, il massiccio che sovrasta Lula, un contingente di alpini: ufficialmente per un addestramento sul campo, in realtà per contrastare con la presenza dei militari la stagione criminale che la Sardegna centrale viveva all'epoca, e che aveva proprio in un latitante di Lula, Matteo Boe, uno dei principali protagonisti. La giunta Marras si dimise poco prima dell’arrivo dei soldati, pressata da un clima che via via era diventato insostenibile. Minacce di ogni genere e persino attentati, che ebbero come vittime proprio il sindaco e il suo vice. Le loro abitazioni vennero prese di mira da fucilate, l'auto di Mariangela Marras venne distrutta in un attentato. Le dimissioni furono inevitabili.
Poco tempo dopo, a metà agosto, il clima di ostilità verso i militari presa a sua volta la forma di un attentato, per fortuna senza gravi conseguenze. A farne le spese, la notte di Ferragosto, sei soldati della brigata Gorizia, che si era insediata da poche settimane nelle campagne di Lula con circa cinquecento uomini. L'operazione, chiamata Forza Paris, oltre a quello che era sostanzialmente un presidio del territorio, prevedeva il coinvolgimento della popolazione di Lula attraverso iniziative di “aggregazione” che si svolgevano nel paese. Una di queste fu un concerto che vedeva protagonista la banda musicale della brigata. Ma fu proprio poco dopo la fine dell'esibizione che venne lanciata una bomba a mano contro un piccolo gruppo di militari che si erano attardati in paese prima di fare rientro nell'accampamento. Erano da poco passate le 23, e sei militari, tutti ventenni e tutti di leva, che sostavano nella centrale via Gramsci, vennero raggiunti dalle schegge provocate dall'esplosione dell'ordigno (una bomba Srcm). Ci furono attimi di panico, momenti di grande concitazione, ma i sei soldati se la cavarono con lievi ferite. Restò, drammaticamente, la gravità del gesto, che ebbe grande risonanza nazionale e fece gridare all'attacco allo Stato. Anche perché, appena una settimana prima, altri cinque alpini di un altro contingente che si trovava a Mamoiada erano stati feriti – anche loro non gravemente – dalle fucilate esplose da due persone rimaste sconosciute (come l'attentatore di Lula). A fine estate, quando i militari lasciarono l'isola, complessivamente furono dieci gli attentati che vennero messi in relazione con Forza Paris, compresi quelli al sindaco Marras e al vice Cabua. Alcuni furono rivendicati da un gruppo che si identificava come Sos Istentales, i cui componenti non furono mai individuati.
Furono proprio gli amministratori di Lula e l’intera comunità a fare le spese di quella stagione. Dopo le dimissioni di Marras e Cabua, il paese passò nelle mani di un commissario prefettizio, Giovanna Agostina Flamini. La quale, di anno in anno, non potè far altro che constatare la mancanza di candidati ogni qualvolta venivano indette le elezioni. Andò avanti così sino al 2002, quando il vuoto amministrativo di Lula diventò un caso nazionale: un simbolo della sconfitta dello Stato. Ne scrisse persino il Washington Post. Le segreterie nazionali dei partiti decisero che era il caso di occuparsene, e alla fine i candidati saltarono fuori.
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