La Nuova Sardegna

Crac Publiepolis, 3 arresti In cella l’editore Rigotti

di Mauro Lissia
Crac Publiepolis, 3 arresti In cella l’editore Rigotti

Cagliari, l’ordine del gip: ai domiciliari la presidente e un membro del Cda Nel 2011 il fallimento del gruppo dopo aver accumulato 130 milioni di “buco”

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CAGLIARI. I giornali del gruppo Epolis correvano verso il disastro e l’editore Alberto Rigotti pensava a pagare coi soldi della concessionaria pubblicitaria Publiepolis una Porsche da 70 mila euro, l’affitto dell’appartamento in cui viveva con la compagna a Milano e i creditori di altre società in dissesto, senza badare ai dipendenti che reclamavano lo stipendio, tra bilanci taroccati, crediti inesistenti e versamenti tributari dimenticati. La fine inevitabile delle due aziende parallele - l’altra é Epolis, l’ultima improbabile creatura editoriale di Nicola Grauso, diciannove giornalini free-pay diffusi in tutta Italia - avvenne tra gennaio e giugno del 2011: dissesto e fallimento dichiarato tardi, molto tardi, quando il buco finanziario aveva raggiunto i 14 milioni in Publiepolis e i 115 milioni in Epolis. Già due anni fa il pm Giangiacomo Pilia aveva disposto il sequestro di beni per nove milioni di euro all’intero staff amministrativo delle due società parallele, a partire dalla gestione Rigotti: una villa di sette stanze a Courmayeur, un'altra di sei a Santa Margherita Ligure, appartamenti, terreni, auto di lusso, motociclette e conti correnti bancari finiti sotto chiave giudiziaria in attesa del giudizio. Ieri la Guardia di Finanza ha eseguito tre provvedimenti di custodia cautelare ordinati dal gip di Cagliari, Giuseppe Pintori: Alberto Rigotti (64 anni) di Trento ha ricevuto la notifica in carcere, mentre per la vicepresidente Sara Cipollini (42 anni) di Legnano e il consigliere di amministrazione e dominus del gruppo Vincenzo Maria Greco (69) di Napoli sono scattati gli arresti domiciliari. Il pm Pilia aveva chiesto l’arresto anche per un altro dirigente dell’azienda di pubblicità, Francesco Ruscigno (55 anni) di Aversa: pur confermando la fondatezza dell’impianto accusatorio il gip ha ritenuto che per lui non sussistessero le necessità cautelari.

L’accusa rivolta ai quattro è la stessa: bancarotta fraudolenta documentale e preferenziale, legata a filo doppio con la sentenza di fallimento e alla relazione del curatore fallimentare cui sono seguite le indagini decisive della polizia tributaria. Con i quattro personaggi principali sono indagate altre figure di secondo piano, i classici pesci-pilota che raccolgono quanto resta delle società spolpate. Di loro si riparlerà all’udienza preliminare.

Gli arresti di ieri mettono sostanzialmente fine all’inchiesta su Publiepolis, mentre resta aperta l’indagine della polizia giudiziaria sul troncone Epolis in cui è indagato per bancarotta l’imprenditore Nicola Grauso, pluripregiudicato, già condannato a sette anni e otto mesi per il crack di Arbatax 2000 ma salvato dalla prescrizione. Divise formalmente, le due società venivano gestite come se fossero la stessa cosa, con passaggi di denaro e beni dall’una all’altra, giustificati da scritture prive di fondamento. Alla società madre, che controllava la Publiepolis, sono riconducibili sei società che detenevano quote di Epolis spa, in cui compaiono tutti i protagonisti della vicenda.

Letta nelle 110 pagine dell’ordinanza firmata da Pintori, la vicenda Epolis-Publiepolis appare in tutta la sua cruda banalità. Una vicenda triste di editori privi di qualsiasi senso etico, dediti soltanto al profitto personale. Esaminati i piani, il loro sviluppo e soprattutto il conto ecomico-finanziario il giudice Pintori rende in poche parole una situazione che appariva chiara fin dagli albori dell’iniziativa editoriale partorita da Grauso: «Gli amministratori - scrive il magistrato nell’ordinanza di custodia cautelare - non hanno mai tenuto conto della sostenibilità dell’impresa e non si sono resi conto che occorreva, da subito, determinare la fine forzata dell’impresa iniziata da Nicola Grauso». Lungi dal valutare un percorso logico verso il fallimento, prima Grauso ha venduto il gruppo a un personaggio come Rigotti - era il 2007 - mantenendo una piccola quota e un ruolo nel Cda. Poi Rigotti con la Cipollini, Greco e Ruscigno - ciascuno nel suo ruolo amministrativo e con diversi livelli di responsabilità - hanno provocato «un ingente dissesto finanziario pari a 130 milioni di euro - scrive il giudice - con grave danno per i lavoratori e i creditori che non hanno avuto la fortuna di essere privilegiati nei pagamenti». Il resto è stato ricostruito dalla polizia tributaria: «Una lunga serie di scelte gestionali discutibili - scrive ancora Pintori - accompagnate da artifici contabili di vario genere e da pagamenti non leciti sotto il profilo penalistico» con una «progressiva spoliazione del patrimonio delle due società, soprattutto di Publiepolis a favore di Epolis, anche mediante distrazioni del tutto ingiustificate e pagamenti di natura preferenziale» cui si sono sommate «scelte imprenditoriali costosissime e trattamenti privilegiati nei confronti di alcuni fornitori di servizi mai effettuati e distrazioni per spese del tutto personali». Sullo sfondo le storie personali di 118 giornalisti e 40 poligrafici sparsi per l'Italia, per i quali gli editori hanno evitato anche di versare i contributi previdenziali.

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