Bruno e Sanna, i sindaci che il Pd non voleva
Molti i punti di sintonia nel percorso dei primi cittadini di Sassari e di Alghero Dietro le loro vittorie un nuovo “correntone” pronto a dire la sua al congresso
SASSARI. E sono due. Come le città che il centrosinistra ha conquistato nel nord dell’Isola. E come le volte che le teste d’uovo del Pd (o almeno la gran parte di esse) hanno “perso” le elezioni.
Perché se c’è una cosa che accomuna i due novelli primi cittadini di Sassari e Alghero è proprio questa: i big dei democratici non li volevano proprio. E, per bloccarli, erano disposti alla rottura. Evitata per un pelo a Sassari con primarie al calor bianco vinte per poche decine di voti da Nicola Sanna (i cui strascichi si stanno palesando con chiarezza in questi giorni dedicati alla formazione della giunta). E consumata ad Alghero, con il Pd catalano che ha sostenuto Enrico Daga, e il suo segretario cittadino Mario Salis che Mario Bruno lo ha proprio espulso, incassando la “storica” replica del novello sindaco ma assai navigato politico: «Ora non ho tempo da perdere con queste faccende».
Il partito complicato. «Il Pd è un partito complicato e si deve avere la pazienza per tenerlo unito», ha sottolineato il segretario regionale Silvio Lai, principale sponsor di Daga a Alghero e, a Sassari, della sfidante alle primarie di Nicola Sanna, Angela Mameli. «Abbiamo dimostrato di essere in grado di affrontare confronti anche molto duri e di riassorbirli», gli ha fatto eco ieri il presidente del consiglio regionale Gianfranco Ganau, anche lui kingmaker di Daga e Mameli. E il partito si è effettivamente ricomposto, e Lai e Ganau sono stati tra i primi a rendere possibile la larghissima vittoria di Nicola Sanna prima, e a dire senza mezzi termini che al ballottaggio algherese bisognava appoggiare Bruno due settimane dopo (con l’area di Salvatore Demontis, che ha avuto una posizione più articolata e soprattutto un gran successo dentro le urne). Ma lo scontro dentro il Pd è ben lontano dall’essere chiuso.
Obiettivo congresso. Non foss’altro perché a collegare questa strana coppia di sindaci c’è il blocco che li appoggia, eterogeneo ma sempre più rodato, e in rampa di lancio per il congresso dem in autunno. Con protagonista la “linea” di Arturo Parisi, che si declina nei renziani doc Bruno Dettori, Gavino Manca e Gianni Carbini (non per nulla al comizio finale di Bruno, e al mega spuntino elettorale del giorno dopo di Gavino Manca, c’era il braccio destro di Renzi, Luca Lotti, e a tirare la volata di Daga il non fortunatissimo spin-doctor di Bersani Miguel Gotor). Poi il gruppo dei cuperliani da cui proviene Nicola Sanna, con il consigliere regionale Luigi Lotto. E infine la squadra degli ex Progetto Sardegna capitanata appunto da Mario Bruno, che a Sassari può contare su Monica Spanedda e Tetta Duce. Un’armata che a livello regionale mettendo insieme i renziani della prim’ora, buona parte degli ex diesse (capeggiati dai parlamentari Siro Marrocu e Ignazio Angioni) e anche gli ex popolari di Salvatore Ladu potrebbe passare all’incasso al congresso cercando di contrastare il trio Cabras-Fadda-Soru.
La novità. C’è però un’altra chiave di lettura per chi non ama perdersi dentro i labirintici schemi del Pd, ovvero l’idea di cambiamento che, a torto o a ragione, sia Sanna che Bruno sono riusciti a incarnare. Magari perché come senza tanti giri di parole ha detto l’ex sindaco di Alghero Marco Tedde: «la gente di politica non capisce proprio niente». O forse per l’ormai noto l’effetto paradosso per cui il solo fatto di essere indicato dal Pd come candidato ufficiale diventa uno svantaggio. Poco importa. Il fatto è che, con un astensionsimo da allarme rosso, le primarie celebrate a Sassari hanno dato a Sanna l’abbrivio per una vittoria “imbarazzante” (50 punti di distacco dal secondo). E le primarie negate ad Alghero hanno permesso a Bruno di riprendersi la cittadella catalana nonostante il disastro (al quale lo stesso Bruno è tutt’altro che estraneo) del commissariamento di Lubrano. Due vittorie in cui chi davvero abbia vinto o perso dentro il Pd è difficile capire. Ma che danno chiaro il senso di cosa gli elettori del Pd vogliono: cambiare.
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