«Dalla Cina al Sud America, una strategia a tutto campo»
Parla Antonio Rubbi, il "ministro degli Esteri" del Pci di Berlinguer: «L'obbiettivo era quello di fare dell'Europa il baricentro di un nuovo equilibrio»
Era il segretario della federazione comunista di Ferrara quando, nel 1975, Pecchioli, Chiaromonte e Cervetti proposero ad Antonio Rubbi di trasferirsi a Roma per lavorare nell'apparato centrale del partito. «Accettai – racconta – e andai a fare il collaboratore di Sergio Segre, che allora dirigeva la sezione Esteri. Da lì è cominciata la mia attività per le questioni internazionali con Berlinguer e il Pci».
Quell'anno, il 1975, è stato importante per la strategia internazionale del Partito comunista.
«Sì, nel 1975 stava terminando la fase preparatoria della bella e tormentata conferenza europea dei partiti comunisti che si sarebbe svolta l'anno dopo a Berlino. Segre mi volle con lui e lavorammo per far avanzare le posizioni del Pci. Allora era molto in voga il termine di eurocomunismo. Il documento di quella conferenza per la prima volta non contenne espressioni tradizionali come marxismo-leninismo, dittatura del proletariato o movimento comunista internazionale, su nostra richiesta. Questo fatto mandò in bestia Ponomariov che era il responsabile esteri del Pcus che aveva delegato Zagladin ai rapporti con comunisti e sinistra europea».
L'impulso veniva da Berlinguer? Erano gli anni delle grandi avanzate del Pci in Italia e il partito doveva accreditarsi.
«L'impulso veniva da Berlinguer e dall'intera direzione del partito. Noi in quella occasione ribadimmo una più netta autonomia e presa di distanza oltre che un forte avvicinamento all’Europa».
Lei ha lavorato molti anni accanto a Berlinguer. Quali furono le principali scelte strategiche in politica estera?
«Furono essenzialmente due. La prima fu il perseguire l'obiettivo del superamento della divisione del mondo in due blocchi, il bipolarismo Usa-Urss. Ma lavoravamo anche a un nuovo atteggiamento verso la Nato e gli organismi europei, per costruire un nuovo assetto di relazioni internazionali, il multipolarismo».
Si incrinò il rapporto con il Pcus?
«Il secondo caposaldo è la presa di distanza progressiva da Mosca, la ricollocazione del Pci in Occidente. Da qui deriva la scelta dell'eurocomunismo e la Terza via».
Ma davvero il Pci era pronto nel 1976 allo strappo con Mosca?
«La conferenza di Berlino fu decisiva. Qualcosa dovevamo farla ancora, anche noi. Ricordo che al ricevimento si avvicinò a me un consigliere della sezione Esteri del Pcus e mi disse: “Abbiamo passato la staffetta a voi, ma ricordatevi di togliere almeno il termine marxismo-leninismo dal frontespizio della vostra tessera».
Berlinguer schierò il Pci contro i cosiddetti euromissili.
«Al G7 del 1977, il cancelliere tedesco Schmidt denunuciò lo squilibrio degli armamenti a vantaggio dell'Urss e chiese misure alla Nato. Un paio d'anni dopo decisero di contrapporre ai missili Ss 20 sovietici i Pershing e i Cruise. Noi sviluppammo una grande campagna contro gli euromissili, ma lavorammo anche alla Carta della pace e dello sviluppo e quel documento fu un elemento di congiunzione tra Berlinguer e le socialdemocrazie e divenne un punto di riferimento persino al vertice Nord-Sud organizzato nel 1979 in Messico».
Torniamo ai rapporti con il Pcus.
«Il rapporto non è mai stato facile. Ci sono alcuni passaggi da ricordare. Il primo, nel 1969, è il vero punto di rottura sancito nella Conferenza internazionale di Mosca dal Pci di Longo, rappresentato in quell’occasione da Berlinguer, che non votò una parte del documento. Quella sarà l'ultima riunione formale del movimento comunista internazionale, che smetterà di esistere anche formalmente. L'altro aspetto fu il giudizio del Pci dell'esperienza sovietica. E le cose andammo a dirgliele a casa loro».
Con molta irritazione sovietica.
«Ci furono discussioni e contrasti. Nel 1976 Berlinguer intervenne al XXV congresso del Pcus a Mosca e parlò della democrazia come valore universale».
In quell'occasione i sovietici non tradussero il termine pluralismo nell'articolo della Pravda…
«Esatto. In russo il termine non esisteva e fu invece tradotto con il più asettico "poliedrico". Tuttavia l'anno dopo ci fu un altro episodio. Una delegazione del Pci guidata da Berlinguer, con Iotti, Roasio, Guerzoni e il sottoscritto, partecipò alle celebrazioni del sessantesimo della Rivoluzione. Io ero stato a Mosca per preparare il terreno e avevo concordato con il Pcus un intervento di dieci minuti per Berlinguer, ricevendo garanzie sulla pubblicazione integrale. Suslov ci garantì dodici minuti, ma poi ci comunicarono che il tempo si era ridotto a sette. Enrico non la prese bene, ma limò l'intervento riproponendo per intero le nostre idee a partire dal pluralismo. In quel discorso Berlinguer pose il problema di una società socialista che deve garantire il carattere non ideologico dello Stato».
Ci furono anche sgambetti da parte dei sovietici?
«Nel 1979, in piena crisi afghana e polacca, durante un breve periodo di ferie in Urss, chiesero a Berlinguer di incontrare Leonid Brežnev. Lui accettò con riluttanza e andò al colloquio da solo. Poi sulla scaletta dell'aereo gli sottoposero un comunicato finale sconcio, dove si diceva che l'Urss conduceva una politica di pace e si magnificavano i successi del socialismo sovietico. Noi comunque continuavamo nella nostra elaborazione: superammo il concetto riduttivo di “tratti illiberali” di quelle società, chiedendo profonde e incisive riforme nel sistema».
Quali furono le altre direttrici della politica estera del Pci?
«Fu fatta una grande operazione anche con la Cina. E poi nella nostra linea guardavamo all’Europa, all'esperienza e al ruolo di Tito e del movimento dei non allineati».
Com’era visto il vostro partito nel mondo?
«Vorrei ricordare che il Pci ha sostenuto partiti e movimenti di liberazione di mezzo mondo nel nome della solidarietà internazionale, che noi praticavamo sul serio. Abbiamo sostenuto concretamente molti, dai vietnamiti ai nicaraguensi, dai sudafricani ai namibiani agli eritrei, dai comunisti spagnoli a quelli portoghesi durante la dittatura. Abbiamo inviato navi cariche di trattori, medicinali e cibo, fatto curare patrioti e rivoluzionari negli ospedali italiani. Anche questo era il Pci di Enrico Berlinguer».
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