La Nuova Sardegna

Macaluso: «L’uguaglianza, bussola della democrazia»

di Giacomo Mameli
Macaluso: «L’uguaglianza, bussola della democrazia»

Da Sassari a Mosca le tappe del percorso politico del segretario del Pci

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Pesa le parole. «Lo strappo fondamentale di Enrico Berlinguer fu del 1976. In un'intervista a Giampaolo Pansa disse che si sentiva "più sicuro" protetto dal Patto Atlantico anziché da Varsavia. Una rottura clamorosa. Aggiunse: "Anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia. Dopo gli interventi ai congressi del Pcus a Mosca, fu il sigillo della totale autonomia del Pci dal Cremlino».

Emanuele Macaluso, lucido novantenne, siciliano di Caltanissetta, uno dei padri nobili della Repubblica, ripercorre la storia del leader più amato del Pci nella sua casa tutta-libri ri Roma, al Testaccio. Una vita scandita dalla politica. Entra nella segreteria dal 1963 con Palmiro Togliatti. Direttore de l'Unità dal 1982 al 1986. Tra il 2011 e il 2012 dirige Il Riformista. Testimone autorevole. È Macaluso il primo a sapere dell'attentato quando, 3 ottobre 1973, un camion militare carico di pietre piomba a Sofia sulla Chaika nella quale viaggiava Berlinguer uccidendo l'autista. Il segretario del Pci – che usciva da un incontro più che tormentato col premier bulgaro Todor Zivkov – rientra con un aereo messo a disposizione dall'ambasciata italiana. A Roma, nella casa di via Ronciglione, ne parla alla moglie Letizia e ai figli. L'indomani, a Macaluso. «Alla mia domanda diretta “Enrico è stato un incidente?” aveva risposto sicuro: “No, non lo è stato”. Sottolineò che non se ne doveva parlare. E così fu. Sì, Berlinguer dava fastidio alla plumbea e gerontocratica nomenklatura della Cortina di Ferro, la stessa che aveva tentato di eliminare Giancarlo Pajetta durante una visita in Polonia. La stessa con la quale il segretario del Pci aveva rotto i ponti (incaricò Gianni Cervetti di troncare i rapporti finanziari fra Botteghe Oscure e Mosca). Macaluso ripercorre gli anni della via filo-occidentale Pci partendo da lontano: «Dopo il periodo clandestino dirigevo la Cgil in Sicilia, Berlinguer era nella Fgci, io non mi ero mai iscritto».

Il primo incontro?

«Alla fine del '56. Divento segretario del Pci in Sicilia, entro nel Comitato centrale all'ottavo congresso, dopo i fatti dell’Ungheria. Berlinguer aveva già una vasta esperienza internazionale, era stato presidente della Gioventù mondiale comunista. In quella veste aveva conosciuto il segretario generale del Pc cinese Hu Yaobang che avevo intervistato nel 1984 proprio su segnalazione di Enrico. Proprio nel '56 entra nella direzione del Pci con Togliatti, Pietro Longo, Pietro Secchia, Giuseppe Di Vittorio».

Di Vittorio, contrario ai carri armati di Budapest, finì sotto accusa.

«Fu il giovane Berlinguer il più equilibrato nel giudicare Di Vittorio, l'unico a non inveire contro chi aveva condannato senza perifrasi l'Armata Rossa contro i lavoratori ungheresi. Parlò del malcontento popolare di cui bisognava prendere atto. Quasi tutti i dirigenti Pci non gradirono. Enrico fu il solo a capire Di Vittorio».

La Fgci, le Frattocchie, in Sardegna vice di Renzo Laconi. Nel 1960 guida l'organizzazione del Pci.

«E comincia la nostra conoscenza, ero segretario in Sic. ilia. Il rapporto politico si consolida al congresso 1963. Eravamo al quarto piano di Botteghe Oscure, due stanze attigue. C'era stato il 22° congresso del Pcus con la nuova ondata krushoviana contro Stalin. Io e Berlinguer eravamo più vicini a Togliatti che ad Amendola. All'undicesimo congresso Ingrao rompe il clima unitario, ma non ne volevamo l'emarginazione. Nell’era Longo il punto di riferimento era Berlinguer, fu preferito a Giorgio Napolitano. Alla Conferenza internazionale di Mosca è Berlinguer a guidare la delegazione italiana, la sua linea è di netta fermezza, non cede su nulla, contrasta i sovietici che volevano condannare il Pc cinese. Da Mosca torna da vero leader. Tre anni di contatti quotidiani, spesso andavo a lavorare a casa sua dove Enrico si occupava talvolta dei figli, quando la moglie era impegnata. L'investitura è del 1972, al 13° congresso».

Berlinguer viene dipinto come l'anti-Craxi.

«Non è così. Berlinguer si è mosso sulla linea di Togliatti. Capiva l'importanza del ruolo dei cattolici, voleva introdurre elementi di socialismo in una società capitalistica. Se questa era la via, era anche evidente che Pci e Psi non erano sufficienti, c'erano masse cattoliche anticapitalistiche con le quali occorreva dialogare, i La Pira, i Moro. Nell'83 Craxi e Berlinguer si incontrano alle Frattocchie, firmano un documento comune invocando più estese collaborazioni. Gli errori furono precedenti. Fu Craxi, nel 1980, a rispedirci all'opposizione. Sbagliammo, e io con Berlinguer, nel non valutare lo spessore dei governi con Scalfaro, Spadolini, Martinazzoli. Ma la strada era tracciata. Si parlava del compromesso storico. No. Era emergenza nazionale. Emergenza vera. Il Paese sentiva forte i venti di crisi. L'inflazione al 18 per cento, il terrorismo, il collasso industriale innescato dalla crisi petrolifera. Nel 1976, quando il Pci va al governo, Berlinguer condivide quella scelta al cento per cento. Pensava al mutamento di un sistema politico da sbloccare. E lo sblocca. C'è il dramma-Moro, viene a mancare il vero interlocutore, quella politica si esaurisce».

Il film di Walter Veltroni: un giudizio.

«Ha restituito la personalità, l'umanità, il modo di far politica di Berlinguer: da quando finisce in carcere a Sassari fino al comizio di Padova. Non mancano alcuni episodi discutibili dei quali ho parlato con Veltroni».

Il Pd di Matteo Renzi ha superato il 40 per cento, record mai toccato da un partito di sinistra in Italia.

«Contrariamente a molti scettici, due settimane prima del voto avevo detto che il Pd avrebbe vinto le elezioni: continua a rappresentare una diga nei confronti della deriva Grillo-Berlusconi, in decadenza entrambi. Il Pd è l'unico sbarramento ai populismi, alla politica sguaiata e inconcludente. L'ho votato, sapendo che non sceglievo il meglio. Mi sono un po' turato il naso».

In Piazza san Giovanni M5 Stelle ha scandito il nome di Berlinguer.

«È stata una manifestazione dominata dalla volgarità, dalla cialtroneria. Ho provato profonda amarezza, è mancato il rispetto umano».

Quale eredità lascia Berlinguer?

«Il suo modo alto di far politica. Politica per gli altri, di competenze, di etica, di moralità non di moralismo. La sua politica era progetto, ciò che manca al Pd di Renzi. Il progetto è di una squadra, non di un solista».

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