La Nuova Sardegna

Quando disse «no» a Leonid Brežnev

di Guido Melis
Quando disse «no» a Leonid Brežnev

Quel gelido pomeriggio del 27 febbraio 1976 alla tribuna del XXV congresso Pcus

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Tutto comincia a Mosca, nel tardo pomeriggio di un gelido 27 febbraio 1976, in un solo quarto d'ora. Sono le 17,15. Un uomo smilzo, serio, stretto nella sua giacchetta grigia, la gran massa di capelli neri, sale sulla tribuna del XXV Congresso del Partito Comunista dell'Urss per portare il saluto del partito italiano. Glaciali, lo ascoltano Brežnev e il gotha del comunismo internazionale. Con loro tutta la nomenklatura: cinquemila delegati. L'uomo è Enrico Berlinguer. Scandisce poche parole taglienti come lame: «Noi ci battiamo – dice – per una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e che garantisca il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, dell'arte e delle scienze». «Pensiamo – aggiunge – ad un sistema pluralistico e democratico».

Un brusio di indignazione si leva dall'immensa assise. Qualche protesta. Gelido applauso di congedo. E' lo strappo. L'indomani il New York Times registrerà con un titolo a cinque colonne: «Il “rosso” italiano assume una linea indipendente».

L'eurocomunismo era già nell'aria ma quel discorso lo mise in moto. Un anno prima le delegazioni dei tre partiti comunisti occidentali (l'italiano, il francese, lo spagnolo) si erano incontrate in sedute bilaterali. La successiva conferenza dei partiti comunisti a Berlino, nel giugno 1976, avrebbe evidenziato un dissenso radicale coi tre, solo in superficie camuffato dalla canonica dichiarazione unitaria dettata a fine lavori dai sovietici. In ballo c'era non solo il rapporto dei tre partiti "eretici" con l'Urss paese e partito-guida, ma soprattutto la strategia per uscire, in Occidente, dal lungo stallo della guerra fredda: come superare insomma la storica impossibilità comunista di governare al di qua della cortina di ferro, il paradossale effetto di una democrazia zoppa senza alternative. Un acuto costituzionalista cattolico, Leopoldo Elia, l'aveva efficacemente definita "conventio ad excludendum".

Nel 1977 Enrico Berlinguer, Georges Marchais e Santiago Carrillo sancirono ufficialmente a Madrid la nascita dell'eurocomunismo. I comunisti dell'Europa democratica rinunciavano alla rivoluzione intesa come conquista del potere, alla marxiana (e leninista) dittatura del proletariato, alla teoria del partito unico, insomma al modello nel quale avevano appassionatamente creduto lungo la loro tormentata storia. Abbracciavano i valori liberali dell'Occidente, sia pure corretti dalla forte rivendicazione dei diritti sociali dei più deboli. Condannavano implicitamente (il Pci lo aveva già fatto nel Sessantotto, per l'invasione della Cecoslovacchia) la teoria della sovranità limitata all'Est e la prassi del socialismo esportato coi carri armati. Era, per un'intera generazione di militanti, una vera rivoluzione copernicana. Dolorosa, anche.

Berlinguer la volle con coraggio, rischiando anche di non essere capito dai suoi. Ma le grandi masse comuniste ("i semplici", avrebbe detto Gramsci) lo capirono. Spesso più degli stessi gruppi dirigenti. Le elezioni politiche del 1976 diedero al Pci un successo superiore a quelli ottenuti in tutto il dopoguerra, sino quasi al fatidico sorpasso. Il compromesso storico sembrò realizzarsi. Poi venne la tragedia di Moro.

Ma il mondo intanto cambiava rapidamente. Dieci anni ancora e sarebbe crollato il muro di Berlino. L'Urss si sarebbe dissolta. Anche l'eurocomunismo avrebbe perduto la sua ragion d'essere. Oggi è storia passata. Resta solo l'intuizione di Berlinguer, e la sua sincera fiducia nell'Europa. Ha ricordato una volta Altiero Spinelli che fu proprio lui, Berlinguer, nel 1983, a convincere Brandt e poi Mitterrand perché si desse il via al nuovo progetto di Trattato europeo. Passo decisivo verso l'Europa unita.

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