Servitù militari, Pigliaru chiede unità
Il governatore in Consiglio in vista della conferenza nazionale a Roma: «La nostra posizione sarebbe più forte»
di Umberto Aime
CAGLIARI
I soldi non saranno tutto, ma contano eccome se servono a compensare quello che da sempre è il mostruoso contributo pagato dalla Sardegna per le patriottiche servitù militari. Sono trentamila ettari imprigionati col filo spinato, con dentro tre poligoni, Teulada, Quirra e Capo Frasca, che insieme valgono ben il 65 per cento della terra nazionale concessa negli anni dallo Stato ad Aeronautica, Esercito e Marina. Il maggior azionista nazionale della società poco anonima «Militari e più», la Sardegna appunto, finora è stato ripagato per questo tributo imposto e mai condiviso, con 14 milioni (stagione 1990-1995), altri 15 (2005-2009) e nessuno sa ancora quanto Roma liquiderà per il quadrienno in scadenza ma soprattutto quali siano le intenzioni del ministero della Difesa per i prossimi anni. È un mistero che potrebbe essere svelato nella prossima seconda conferenza nazionale sulle servitù militari (dal 18 giugno a Roma) e a quell’appuntamento il presidente della Regione potrebbe presentarsi con in tasca un ordine del giorno unitario di «ferma protesta» del Consiglio regionale. Nell’attesa che martedì 17 maggioranza e opposizione si mettano d’accordo sul testo, ieri l’aula si è confrontata sull’attualità. Cioè sulle audizioni del governatore Francesco Pigliaru e del ministro Roberta Pinotti davanti alla commissione Difesa della Camera. Pigliaru ha aggiunto molto rispetto a quanto già detto a Montecitorio, mentre la posizione del Governo ha pesato sul dibattito soprattutto per questo passaggio: «Le basi in Sardegna sono tutte essenziali ma le ridurremo», quando e come è un segreto militare.
Pigliaru. Prima di tutto il governatore ha detto che l’indennizzo non è aumentato come potrebbe sembrare: «In vent’anni è diminuito di 5 milioni, secondo la rivalutazione media dell’Istat, mentre il peso delle servitù è rimasto lo stesso nonostante sia finita la Guerra fredda e oggi conti di più la tecnologia, molto meno i carrarmati». Poi ha aggiunto quella che è una beffa: «Quei milioni i Comuni non possono neanche spenderli perché sono vincolati dal Patto di stabilità». Tutto questo non va bene: «Come minimo – ha sottolineato – dovrebbe esserci una stretta proporzione tra gli investimenti in ricerca già programmati e il gravame delle servitù militari: se abbiamo il 65 per cento del carico nazionale, dovremmo veder investito in Sardegna anche il 65 per cento degli stanziamenti del ministero della Difesa e simili per la tecnologia militare». Non è così: ad esempio i contestati aerei F35 saranno costruiti in Piemonte, mentre in Sardegna parteciperanno a una delle tante guerre simulate. Se questa è una delusione, è ancora peggio quelle così descritte dal presidente: «Non c’è ancora una mappatura certa delle servitù militari e neanche delle bonifiche necessarie. Non c’è stato, in tutti questi anni, uno studio indipendente sui costi del mancato sviluppo a Teulada, Quirra e Capo Frasca proprio per la presenza delle basi, mentre dovrebbe essere proprio questo il punto di partenza per quantificare, con esattezza, l’ammontare di un indennizzo oggi calcolato su criteri unilaterali». E ancora: «Oltre all’incertezza sulle compensazioni, c’è spesso anche scarsa trasparenza sull’impatto socio-sanitario delle basi sui territori e anche sui tempi di quella che dovrà essere una necessaria riduzione, perché è poco credibile che quanto era essenziale 50 anni fa lo sia ancora oggi». Pigliaru in conclusione ha detto: «Sarei molto contento se alla conferenza del 18 potessi presentarmi con un ordine del giorno unitario: rafforzerebbe la nostra posizione nei confronti di un ministro che comunque si è dichiarato pronto a ripensare, rivedere e ridurre le servitù».
Il dibattito. Non è stato un confronto fra falchi e colombe ad accendere il Consiglio, che escluso qualche eccesso, ha preferito pensare al domani. Stefano Tunis (Forza Italia) ha detto ad esempio che non bisogna ricadere nell’errore commesso a La Maddalena: «Sono andati via gli americani senza che prima fosse costruita un’alternativa economica». Roberto Deriu (Pd) ha ribadito che «la strada del negoziato va seguita fino in fondo: è l’unica per ottenere risultati concreti». Anche se Emilio Usala (Soberania) è stato chiaro: «L’importante è presentarsi ai tavoli sempre con la schiena dritta». Angelo Carta (Psd’Az) si è spinto oltre: «Sono contrario alle servitù militari, ma dobbiamo sapere prima cosa accadrà senza le basi». Gavino Sale (Irs) è stato deciso: «Come indipendentista non posso accettare che un solo metro della Sardegna sia asservito ad altri Stati, ma dobbiamo pensare a uno sviluppo alternativo». Per Piero Comandini (Pd) bisogna ripartire dall’ultima risoluzione del Senato: «Chiudere Capo Frasca e Teulada, lasciare Quirra ma solo per l’alta tecnologia». Gianluigi Rubiu (Udc) ha aggiunto: «Dobbiamo far sì che i poligoni diventino una risorsa e non più un problema». Daniele Cocco (Sel) è stato perentorio nel dire: È finita la stagione delle elemosine rispetto al costo finora pagato dalla Sardegna».
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