L’arte di Tullio Pericoli Il “paesaggiatore” interiore e la pittura
È stato il “pittore dei giornali” e i suoi disegni ancora illustrano le pagine culturali più prestigiose nel mondo. Ma i lavori pubblicati provengono tutti dagli archivi, Tullio Pericoli da parecchi...
È stato il “pittore dei giornali” e i suoi disegni ancora illustrano le pagine culturali più prestigiose nel mondo. Ma i lavori pubblicati provengono tutti dagli archivi, Tullio Pericoli da parecchi anni si dedica esclusivamente alla pittura, anche se questa sorella colta si è sempre percepita in filigrana, come solida base, anche nelle sue illustrazioni.
Una ricerca personale che ha per protagonista il paesaggio, indagato e ricostruito, raccontato e giustapposto alla letteratura che ha stimolato la visione dell’artista. Una visione lunga quarant’anni che si è concretizzata in dei libri straordinari, dove si esprime anche tutta la sapienza grafica di un artista che vede l’editoria – e non solo il pezzo unico – come obiettivo finale del suo lavoro.
Una grande mostra che chiude in questi giorni al Mart di Rovereto ha raccolto una selezione di circa cinquanta olii e acquerelli tra quelli pubblicati dall'artista marchigiano nel volume edito da Adelphi nel 2013, e intitolato appunto “I paesaggi”; opere dedicate, come scrive lo stesso autore, «alla luce, ai colori, alla natura e alle forme della mia terra natale». Salvatore Settis ha definito i paesaggi di Pericoli “altamente soggettivizzati”. «Qui – scrive Salvatore Settis – lontananze di orizzonte e riprese ravvicinate, al rallentatore, si nutrono di uno stesso vocabolario di colori fortemente materici, di delicate incisioni che li attraversano come solchi, di simmetrie accennate e negate».
Ma Tullio Pericoli non ama la parola paesaggista, preferisce la definizione che riporta nel suo libro: paesaggiatore. «Un termine che mi piace di più, ci ritrovo radici interessanti in questa parola e molti possibili sensi, c'è il “paese” e il “passeggiare”, c'e “saggio” come studio del paese, come maniera di approfondire quello che si guarda».
Lei è noto come uno dei più grandi ritrattisti contemporanei, c’è differenza col “paesaggiare?”
«Cerco di capirli i paesaggi allo stesso modo con cui tento di trovare un particolare che racconti un viso e una fisionomia. Se mi interessano, cerco di farne proprio il ritratto, di comprendere cosa è successo alla superficie ma anche cosa è accaduto nel sottosuolo. Se nel ritratto tento di raccontare la storia di un individuo nel paesaggio si può leggere la storia di una comunità, di un territorio. Li ho esplorati anche attraverso le frasi di poeti che mi hanno ispirato».
La Sardegna cambia il suo paesaggio, gli antichissimi meriagos i pascoli con al centro la grande quercia sopravvissuta al pascolo, scompaiono...
«Sì è una cosa interessante come l'uomo cambia il territorio. Tornando al mio paese dopo vent'anni mi sono reso conto che una torre lontana era diventata visibile oltre la collina della mia infanzia.
Il sistema di aratura meccanica produce solchi verticali a differenza dell'aratro trainato dai buoi che li crea orizzontali, questo facilita il dilavamento del terreno e la collina col tempo è diventata più bassa e così ho potuto vedere quella torre che prima era coperta».
Il paesaggio è un bene identitario, come la cultura o la lingua?
«Il paesaggio è la nostra memoria si conserva in maniera formativa, l'essenzialità del paesaggio è interiore vive principalmente nel ricordo. Rivediamo il paesaggio italiano così variegato e lo interpretiamo ognuno di noi con la propria cadenza. Io ho il mio accento marchigiano, anche quello visivo. Durante la mia mostra al Mart di Rovereto il museo di Riva del Garda mi invitato a descrivere il paesaggio del lago, ho volato con un piccolo aereo anche a quote basse, e nonostante l’originale punto di vista quel particolare paesaggio l'ho restituito alla maniera un po' marchigiana».
La maniera marchigiana della più vertiginosa descrizione del paesaggio, quegli "interminati spazi … e sovrumani silenzi, e profondissima quiete"?
«Forse sì. Come il contenitore cambia il sapore del contenuto, basta pensare al bicchiere da cui si beve il vino, così il luogo dove siamo nati ci ha formato e ha inciso nel modo in cui continuiamo a guardare il mondo. Il paesaggio non è qualcosa al di fuori di noi di naturale e immutabile ma qualcosa di filtrato dalla mente, dalla formazione dalla nostra cultura. Per altro gli occhi vanno educati a guardare, se viviamo in un luogo abbiamo bisogno di allontanarci e tornare per coglierne l'essenza».
Ma il gesto del guardare per poi dipingere, antichissimo, non le sembra anacronistico al giorno d'oggi?
«L'arte oggi è autoreferente, parla meno di noi e sempre più di se stessa. L'arte contemporanea parte dalle idee, questo fa sì che il concetto preceda l'ispirazione, c’è molta saggistica superficiale dove prevale il didascalico, il linguaggio delle parole sovrasta la regina delle immagini, la pittura».
E il suo lavoro?
«Io cerco di driblare il sistema, cerco mezzi diversi, evito le gallerie stampando libri per un pubblico escluso dal collezionismo del pezzo unico. C'è troppo mercato, il potere è determinato dal gioco speculativo. Per me la pittura è “il pensiero della mano”, il mio timore è che se la mano smette di aiutarci, se non cogliamo più questa bellezza del fare una parte di noi si atrofizza».
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