La strage di Tempio: la “chiave” nei 5 cellulari
Le indagini della Procura proseguono alla ricerca di ulteriori prove Si confrontano le oltre 180 impronte digitali trovate all’interno della casa
TEMPIO. Il 17 maggio, un mese fa, venne messa a segno la strage di Tempio. Una intera famiglia –padre, madre e un ragazzino di 12 anni – fu sterminata senza motivi apparenti e il presunto assassino, dopo una prima confessione, ha confuso le acque fornendo agli inquirenti due contrastanti versioni per l’atroce triplice delitto. A distanza di un mese dalla tragedia che ha gettato nel dolore i parenti delle vittime e quelli dell’unico indiziato per l’assurda mattanza di via Villa Bruna, non resta che attendere le risultanze delle analisi del dna rilevato dai carabinieri su oltre cinquanta oggetti messi sotto sequestro nella casa degli orrori, confrontare le 180 impronte digitali trovate nella abitazione della famiglia Azzena e nel loro negozietto di scarpe per bambini, in via Villamarina. Sono le tracce lasciate sul luogo del delitto da vittime – Giovanni Azzena, la moglie Giulia Zanzani e il figlioletto Pietro – e dal presunto assassino, l’impiantista Angelo Frigeri, 32 anni, amico della famiglia trucidata. Le perizie necroscopiche effettuate dal medico legale Salvatore Lorenzoni sui tre cadaveri, la cui morte, è stato accertato, è dovuta a strangolamento (strozzati con un cavo d’antenna) forniranno ulteriori elementi per ricostruire la dinamica e la tempistica del triplice assassinio, mentre le analisi sulle tantissime tracce ematiche ritrovate dentro casa e quelle biologiche rilevate su abiti, pantaloni, magliette, scarpe da tennis, calzini e una serie di attrezzi da lavoro (chiavi inglesi e chiavi fisse, una mazza da baseball, una forbice e altri oggetti messi sotto sequestro dagli investigatori) indossati o utilizzati da Angelo Frigeri, il presunto assassino, daranno una chiave di lettura univoca su quanti si trovavano, allora di pranzo di un mese fa, dentro l’abitazione degli Azzena. Dopodomani, 19 giugno, il gip Marco Contu conferirà ad un perito d’ufficio, durante l’incidente probatorio sollecitato dal penalista che assiste Angelo Frigeri, l’avvocato Giovanni Colli, l’incarico di estrapolare i “segreti” di 5 cellulari (quelli in uso alle tre vittime, quello del presunto assassino e un quinto, sequestrato alla fidanzatina del giovane, una ragazza del tutto estranea alla vicenda), dai due computer (quello di Angelo Frigeri e quello di Giovanni Azzena) e dai server di Olbia delle telecamere di sicurezza del “Bar Orientale” di piazza Gallura, a Tempio, che riprendono uno scorcio di Via Villamarina. Le ultime perizie attese dal magistrato inquirente, il sostituto procuratore della Repubblica di Tempio Angelo Beccu, sono quelle relative alle tracce biologiche rilevate sulla Golf Gti nera che Angelo Frigeri, pochi minuti dopo il delitto, portò via da un parcheggio nelle vicinanze della casa degli orrori. Questo il complesso quadro accusatorio sul quale stanno lavorando inquirenti e investigatori, un quadro già ampiamente chiaro ma al quale mancherebbero alcuni tasselli, come l’arma utilizzata per stordire Giovanni Azzena e il movente di quell’assurda strage. Che, a distanza di un mese dal tragico fatto di sangue, appare sempre più banale, se visto attraverso la lente della logica. In coloro che stanno analizzando il caso si sta facendo sempre più forte la convinzione che l’intera mattanza sia nata da una banale discussione che Angelo Frigeri avrebbe avuto, poco prima dell’ora di pranzo di sabato 17 maggio, con Giulia Zanzani. La quale avrebbe dovuto restituire al giovane amico di famiglia le chiavi della sua Golf, un’auto diventata l’unico e prezioso bene di Angelo Frigeri, costretto a girare per Tempio, da oltre una settimana, in sella ad un motorino, uno Scarabeo finito anch’esso sotto sequestro. Una strage nata da un diniego, una lite scoppiata all’improvviso dentro l’abitazione degli Azzena tra Angelo Frigeri e Giulia Zanzani la quale, forse spintonata, sarebbe caduta all’indietro battendo violentemente la nuca nello spigolo di un tavolinetto o di un comodino dentro la stanza da letto del piccolo Pietro. La vista del sangue che sgorgava dal capo della donna avrebbe fatto perdere la lucidità al giovane, che avrebbe affrontato Giovanni Azzena al suo rientro nell’appartamento e completato l’allucinante sequenza uccidendo il piccolo Pietro diventato, a quel punto, uno scomodo testimone. Una lattina di benzina, a notte fonda, avrebbe cancellato ogni traccia bruciando corpi, impronte e il dna lasciato copiosamente dentro l’appartamento degli orrori. Un incendio che avrebbe consentito al presunto assassino, secondo un folle disegno, di farla franca.
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